"Donne ancora nella gabbia degli stereotipi"

La scrittrice Jennifer Guerra apre domani allo Storchi il festival del pensiero ’Laterza Agorà’. "Sul piano culturale c’è tanto da fare"

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Jennifer Guerra

di Chiara Mastria

Donne, parità o differenza? Ma, soprattutto, quale tipo di parità? E, in merito alle differenze, quanto ancora pesanti? Con questo argomento si apre domani al Teatro Storchi di Modena il festival del pensiero Laterza Agorà, una tre giorni dedicata ai temi più urgenti del nostro vivere, insieme a una donna che del fare la differenza ha fatto il suo manifesto: la giornalista e scrittrice Jennifer Guerra, classe 1995. Suo il podcast femminista ‘AntiCorpi’, suoi i libri ‘Il corpo elettrico’ e ‘Il capitale amoroso: manifesto per un eros politico e rivoluzionario’, uscito quest’anno. Con lei sul palco la direttrice Istat Linda Laura Sabbadini, la giornalista Simona Sala e Chiara Volpato, professoressa di Psicologia sociale all’Università Bicocca di Milano.

Jennifer, partiamo dal titolo dell’incontro allo Storchi: ‘Donne, parità o differenza’?

"Sicuramente sono stati fatti passi avanti, soprattutto nel nostro paese, rispetto alle leggi e alla parità formale. Questo lo dicono le statistiche: l’Istituto europeo per la parità di genere ci dice ad esempio che, per quanto riguarda la rappresentanza politica, negli ultimi dieci anni l’Italia è uno dei paesi che ha avuto la crescita maggiore. Anche grazie alle quote di genere che, almeno sul piano della rappresentazione del Paese all’interno delle istituzioni, ha fatto molto. Quello che però manca ancora e che mostra tutti i limiti di questa parità formale è l’aspetto culturale: siamo un Paese in cui ancora oggi la rappresentazione delle donne nei media è stereotipata, in cui i comici in prima serata sulle reti nazionali fanno battute sessiste e nessuno batte ciglio. Manca consapevolezza sui temi della violenza di genere, del rispetto, degli stereotipi".

Essere una giovane donna di successo cosa significa oggi? Quali forme prende la delegittimazione?

"Le persone hanno tantissimi pregiudizi nei confronti dei giovani perché sono considerati ‘non ancora adulti’, una categoria a sé stante proiettata nel futuro: ‘io adesso ho 25 anni, sono giovane, le cose che contano le dirò in un futuro, quando sarò adulta’. Questo è un problema che mi sono posta molto spesso perché mi è capitato troppe volte che ci fosse paternalismo nei miei confronti, che in situazioni lavorative io venissi chiamata ‘cucciolotta’ o ‘principessa’… penso che nessuno si permetterebbe di farlo con Simona Sala o Lilli Gruber. Non vedo perché la mia età, e anche il mio genere in questo caso, debbano essere la prima cosa che mi definisce. Io voglio essere definita per quello che ho da dire, non per il modo in cui appaio".

Cosa possiamo fare, nel quotidiano, per rafforzare l’emancipazione femminile?

"Innanzitutto un lavoro di decostruzione: guardarci intorno e cercare di pensare a come il nostro genere – maschile, femminile o altro – impatti la nostra vita. Ci dobbiamo chiedere se certe scelte o certi percorsi li avremmo intrapresi lo stesso. [EMPTYTAG]Oppure, quali comportamenti mi sento in dovere di mettere in atto solo perché sono una donna o solo perché sono un uomo? Questo è un percorso fondamentale. Decostruire quello che la società si aspetta da noi in base al genere a cui apparteniamo. L’altro lato della medaglia è ascoltare le persone del genere opposto. Quante volte le donne condividono con gli uomini le loro difficoltà in quanto donne e vengono ignorate?".

Nel suo ultimo libro parla di ‘Capitale amoroso’. Di cosa si tratta?

"Il ‘capitale amoroso’ è l’idea – ricalcata su quella del ‘capitale culturale’ di Pierre Bourdieu – che ognuno di noi si posizioni sulla scala sociale portandosi dietro un bagaglio di fattori, indicatori che dipendono dalle condizioni materiali di partenza, tra cui anche l’amore. La supremazia del mercato e dell’economia che guarda al profitto ci porta a condurre le nostre relazioni nello stesso modo, considerando l’amore come una valuta che può tornarci utile all’interno della società. Però io credo che ci sia anche la direzione opposta: l’amore è una forza rivoluzionaria che è in grado di cambiare la società e lo fa perché ci insegna a prenderci cura dei bisogni altrui quando non corrispondono necessariamente ai nostri. E, in questo, l’amore è anche politica".