Fermo Corni
Fermo Corni

Modena, 21 ottobre 2021 - Modena celebra i cento anni dell’Istituto tecnico professionale Fermo Corni, inaugurato nel 1921, che porta il nome del fondatore, imprenditore meccanico. Sabato e domenica si chiudono tre settimane di eventi e mostre a cura dell’Associazione amici del Corni. È il racconto di una scuola e del mecenate che la finanziò personalemente.

La sede dell'istituto Corni prima del bombardamento del '44

Dietro i baffoni e lo sguardo severo c’era una mente che guardava lontano, oltre la linea dell’orizzonte soprattutto per quei tempi, anni difficili con l’Italia che usciva dal primo dopoguerra alla ricerca dello slancio per trasformarsi in un Paese industriale. L’uomo che guardava oltre, capitano d’industria già a fine ’800, capì che per crescere c’era bisogno di tecnici, operai specializzati, che era necessario formare i giovani a scuola prima che sul lavoro in stretto contatto con le aziende. Fermo Corni (Modena 1853-Napoli 1934) descritto così sembra un imprenditore di oggi e se da lassù gli concedessero un quarto d’ora di libera uscita si troverebbe a suo agio. Ecco perchè nel 1921, con uno Stato che navigava fra mille difficoltà, finanziò quasi interamente la scuola che oggi a Modena porta orgogliosamente il suo nome, l’Istituto Fermo Corni. Un caso di mecenatismo analogo a quello delle gloriose Aldini - Valeriani di Bologna.

Parte del team che ha lavorato al docufilm per il centenario del Corni

E proprio in queste due settimane la scuola che ha formato oltre 44mila fra tecnici e operai specializzati, donne comprese, celebra i cento anni di vita.
Fermo Corni, origini contadine, salutò i campi e fondò diverse aziende, ma il suo nome è legato soprattutto alla grande fonderia che lanciò Modena come città industriale. E non è un caso che in questa terra siano nati colossi come le Officine Rizzi, la Ferrari, la Fiat (trattori), la nuova Maserati (importata da Bologna): aziende che proprio nell’istituto fondato dall’uomo con i baffoni acquisirono lavoratori specializzati. Al debutto l’Istituto, allestito in un edificio della famiglia Corni, fu battezzato "Regia Scuola operaia e popolare di arti e mestieri". Dopo la Seconda guerra mondiale crebbe con le due anime di istituto professionale e istituto tecnico con aule e laboratori sempre più moderni oggi distribuiti in tre sedi e tecnologicamente adeguati.


Dal tornio al digitale, l’imprenditore visionario è riuscito nel suo sogno. Modena ora lo celebra insieme ai cento anni della scuola con mostre, convegni, eventi e un docufilm a cura di Amedeo Faino e Francesca Iattici che parte dalle foto in bianco e nero degli anni pionieristici e approda ad oggi con testimonianze di ex studenti diventati ingegneri, manager, imprenditori ed ex insegnanti come Olimpia Nuzzi, vestale della memoria e scrittrice. Una narrazione romantica, un rewind da cui affiora un forte senso di identità, passato e presente, fra coloro che sono passati da questa avventura. Come avrebbe voluto Fermo Corni, l’imprenditore che sognava il futuro degli studenti. Ma l’istituto modenese nello slancio di innovazione cominciò fin dall’inizio a formare, oltre agli operai metalmeccanici, anche le donne che nei laboratori della stessa scuola appresero l’arte della sartoria, del cucito, dell’artigianato. Non c’erano le quote rosa, ma c’era la volontà del fondatore di fornire ingegno e professionalità anche all’universo femminile.


Fermo Corni prima di dedicarsi alle fonderie cominciò con il commercio di concimi chimici per l’agricoltura importando dall’Inghilterra il perfosfato. La chimica nei campi era guardata con diffidenza, ma l’uomo con i baffoni era cocciuto e intelligente. Aprì una fabbrica di perfosfati a Borgo Panigale, alle porte di Bologna, la "Corni Lasciarfare & C." allargando poi la produzione a Modena, Firenze, Vicenza. L’impero cresceva. Ma la svolta verso i metalli arrivò nel 1907 con l’apertura della fabbrica modenese utensileria e ferramenta Corni Bassani & C. Il passo fu breve dalla vendita alla produzione di pedivelle per bici, chiavi, serrature, utensili. Fermo non riusciva a stare fermo. Inventava, investiva denaro, allargava l’azienda fino a quando nel 1921 la Fabbrica italiana serrature Corni, capitale sociale un milione, dava lavoro a 300 persone. Mentre ricopriva ruoli di vertice alla Camera di commercio, nelle banche, nelle associazioni, perfino nella Corale Rossini, Fermo guardava avanti. Pensava al profitto ma anche a quell’idea di preparare giovani per le aziende di Modena, già piccola capitale industriale padana. Soprattutto il secondogenito Guido continuò la saga familiare. Ne parlava a lungo con Enzo Ferrari quando nelle sere d’estate lo raggiungeva al fresco del castello di Monfestino, oggi di proprietà degli eredi. Parlavano di auto, di imprese, dell’Italia che stava diventando adulta e forse si confidarono anche qualche segreto. Che non svelarono mai a nessuno.