UN’AVVENTURA insolita e coraggiosa, attraverso territori lontani e poco battuti, per conquistare una vetta dalle riminiscenze sovietiche, il Picco Lenin, e dal fascino misterioso, incastonata nell’altopiano del Pamir, a oltre 6500 chilometri da casa. Il sassolese Enrico Fedolfi, appena 25enne, e il carpigiano don Luca Baraldi, entrambi giovani con la passione dell’alpinismo e dell’alta montagna, hanno portato a termine venerdì pomeriggio l’impresa di arrivare sulla vetta del Picco...

UN’AVVENTURA insolita e coraggiosa, attraverso territori lontani e poco battuti, per conquistare una vetta dalle riminiscenze sovietiche, il Picco Lenin, e dal fascino misterioso, incastonata nell’altopiano del Pamir, a oltre 6500 chilometri da casa. Il sassolese Enrico Fedolfi, appena 25enne, e il carpigiano don Luca Baraldi, entrambi giovani con la passione dell’alpinismo e dell’alta montagna, hanno portato a termine venerdì pomeriggio l’impresa di arrivare sulla vetta del Picco Lenin (o Ibn Sina, in lingua locale) a 7134 metri di altitudine. Amici da tempo, Enrico è istruttore di arrampicata sportiva e sulle Alpi ha già conquistato diverse vette compresi Monte Bianco, Monviso, Ortles e Marmolada, così come don Luca, che ha iniziato sulle Dolomiti con l’Azione Cattolica e poi ha scalato più di un quattromila. «Entrambi conoscevamo la guida alpina Luca Montanari – racconta Enrico Fedolfi, il più esperto dei due – che ci ha consigliato questa meta».

In che modo?

«Volevamo salire per la prima volta un settemila, e così assieme a Montanari abbiamo scelto una montagna non esageratamente tecnica. E anche più alla portata sotto altri aspetti».

Rispetto all’Everest, ad esempio?

«Sì, le mete nepalesi sono sempre più ambite, affollate e costose. Però chissà, un domani potremmo provare anche l’Himalaya».

È stato difficile raggiungere il campo base?

«Assolutamente no. Il viaggio è stato organizzato nei minimi dettagli dall’aeroporto di Venezia fino al campo base a quota 3600 in Kirghizistan, con tre scali aerei tra Istanbul, Biskek e Osh e problemi legati solo al peso delle attrezzature».

Facevate parte di una spedizione numerosa?

«Sì, il gruppo era internazionale ed eterogeneo, con scalatori provenienti da Canada, Germania, Russia, Ucraina, Polonia, Brasile, Filippine. Questo ha creato un clima molto buono e di cooperazione in cordata. La montagna unisce chi la frequenta».

Dal campo base in vetta, quanto avete impiegato?

«Dalla base alla sommità sono quattro giorni di ascesa. Poi dall’ultimo campo, a quota 6100, io ho impiegato in tutto 8 ore, don Luca 10. Ma prima ci sono voluti 10 giorni di acclimatamento all’altitudine, con vari saliscendi in quota».

Siete stati aiutati anche dalle condizioni meteo...

«Sì, una finestra di bel tempo ci ha concesso temperature relativamente buone. Nella notte della salita in vetta eravamo a circa -35 gradi percepiti, ma con un vento non troppo forte. Un’esperienza unica davvero».