I carabinieri e i necrofori sul luogo della tragedia; nel riquadro Silvia Pellacani
I carabinieri e i necrofori sul luogo della tragedia; nel riquadro Silvia Pellacani

Modena, 19 marzo 2019 - "Prendo il bambino e scappo". Lo aveva ripetuto più volte, Silvia Pellacani, tra i tavolini del bar Nevada in strada Vaciglio. «Lo scopo della sua vita era salvare quel bambino», dicono nel locale frequentato dalla donna che domenica sera si è lanciata dal decimo piano del palazzo in cui viveva da sola, in largo Montecassino 50, portando con sè il nipotino Giacomo, 5 anni, figlio di suo fratello Marco. Ma salvarlo da cosa? Se lo chiedevano un po’ tutti, ieri mattina, nel bar a pochi metri da casa della 47enne, una donna «schiva, solitaria, ma anche disponibile ad aiutare gli altri», raccontano.

«Era morbosamente attaccata a quel bimbo, lo amava, forse troppo, sosteneva di doverlo salvare, tempo fa aveva detto che lo avrebbe portato via con sè, ultimamente invece si era chiusa in se stessa e parlava meno di lui. Pensavamo che le cose in famiglia si fossero sistemate. Non avremmo mai immaginato un epilogo simile».

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Al bar si erano resi conto che qualcosa in Silvia non andava, ma nessuno avrebbe mai pensato che potesse commettere un gesto tanto atroce, togliersi la vita uccidendo anche il piccolo. «Silvia ci diceva di essere in lite col fratello, non andavano d’accordo, ci raccontava che gli veniva impedito di vedere il nipote. Lei soffriva molto per questo, avrebbe voluto passare più tempo con il bambino». Considerando però che Silvia non stava bene psicologicamente, non è escluso che questi presunti dissapori col fratello esistessero solo nella sua mente. Di certo i genitori del piccolo Giacomo - consapevoli dello stato di fragilità della zia, seppur non certificato - non volevano affidare il bambino alla donna perché temevano - visti i fatti a ragione - che potesse succedere qualcosa di terribile. Ecco perché domenica lo avevano portato dalla nonna paterna, convinti che il piccolo restasse con l’anziana.

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«Lo sapevo che andava a finire così, me lo sono immaginato un miliardo di volte», è la frase straziante pronunciata da mamma Emanuela davanti al corpo del figlio. Poche parole, pronunciate a caldo subito dopo la tragedia, che fanno capire come i genitori del bambino non si fidassero più della zia. «Aveva una fissa per questo bambino», racconta un altro conoscente al bar. Chissà che cosa nascondeva nel suo cuore e nella sua mente questa donna, solitaria ma attratta dalla lettura e dalla musica, schiva ma allo stesso tempo bisognosa di intrattenere relazioni, a modo suo. Era il bar Nevada il suo unico spazio di socialità, qui aveva trovato un angolo felice, un tavolino in cui leggere, una chitarra da suonare, per poi lasciarsi andare a confidenze, quasi sempre su Giacomo: «Voglio portarlo via ma nessuno mi ascolta, lo devo salvare, voglio scappare con lui». Alla fine zia Silvia l’ha portato davvero via con sè. Ma non in un luogo magico, non nel paese dei sogni, non nelle favole che gli avrà raccontato tante volte. L’ha portato con sè nel baratro, come se la morte di entrambi fosse l’unica via di salvezza.

«E’ una cosa senza senso», dicono i clienti del Nevada con gli occhi lucidi». Una volta aveva portato il bambino anche nel locale, con orgoglio lo aveva mostrato a tutti. «Nella sua depressione aveva degli interessi – concludono i titolari del Nevada – stava imparando a suonare la chiatarra, aveva comprato un’auto nuova, era sempre disponibile ad aiutarci col computer. Veniva qui a fare colazione e a volte anche alla sera dopo cena. Non avevamo capito fosse arrivata a un punto di non ritorno».