Modena, 14 maggio 2019 - «Emergenze come questa dovrebbero verificarsi una volta nel corso di un secolo e non ogni due o tre anni». Stefano Orlandini, professore ordinario di Costruzioni Idrauliche del dipartimento di Ingegneria di Unimore, è chiaro. «Siamo in una situazione di insufficienza idraulica. Il Secchia e il Panaro, ma anche i corsi d’acqua minori, non sono in grado di smaltire le piene (foto e video)  come dovrebbero».

Professore, perché a ogni piena scatta l’emergenza?

«Quando si parla di sicurezza idraulica dobbiamo distinguere tre fasi. La prevenzione, la manutenzione e il controllo del rischio residuale. Per quanto riguarda le prime due, nel nostro territorio è stato compiuto un notevole lavoro ma non è ancora sufficiente».

Cosa intende per prevenzione e qual è la situazione attuale?

«Intendo l’utilizzo di discipline come l’Idrologia e le Costruzioni idrauliche per garantire alla popolazione un livello di rischio accettabile, con emergenze di questo tipo che si verifichino raramente, nell’ordine di una volta ogni cent’anni. Nel modenese c’è un problema nella fase di prevenzione ed è relativo alle dimensioni dei corsi d’acqua. Per dirla in termini semplici, le sezioni fluviali sono troppo strette».

Che cosa non è stato fatto in termini di prevenzione?

«Non basta alzare gli argini. Bisogna risagomare il sistema fluviale con un piano decennale che intervenga anche sulla posizione degli argini e quindi sulla pianificazione territoriale. In pratica bisogna allargare le sezioni fluviali dove serve. Ci vorrebbe la volontà di investire su una pianificazione di tale portata, unico modo per fare veramente prevenzione».

Siamo in pericolo?

«Siamo sottoprotetti perché subiamo eventi con ricorrenza media inferiore a 200 anni. Dopo l’alluvione del 2014 non sono stati fatti interventi risolutivi. Controllare le tane dei mammiferi fossori – come suggerito da Unimore – è stato essenziale per la manutenzione, ma questa da sola non basta».

Veniamo quindi alla manutenzione. È insufficiente?

«È stato riconosciuto e mitigato il problema delle tane degli animali, altrimenti oggi – con questa piena – saremmo ancora sott’acqua. Ma c’è il problema dei sedimenti, cioè limo e sabbia che si depositano sui letti dei fiumi e vanno rimossi. Per non parlare della vegetazione. Anche nel Modenese rimane il problema della scarsa prevenzione».

L’impressione è che vengano messe ‘pezze’ anziché rivedere il reticolo idrografico alla radice...

«Servirebbe la volontà di fare investimenti a lungo termine. La statistica dice che si possono verificare piene anche superiori a quella di questi giorni, che per certi aspetti è superiore a quella del 2014. Noi di Unimore non ci stancheremo di segnalare le pratiche corrette, quelle che insegniamo e che vengono ben recepite dai nostri studenti. L’Università di Modena e Reggio Emilia ha studiato i sistemi fluviali di Secchia e Panaro e ha ben chiaro quali siano le soluzioni scientificamente basate per il nodo idraulico modenese. Con spirito di servizio e collaborazione l’Ateneo rinnova la sua disponibilità a collaborare con le istituzioni per il comune obiettivo di risolvere il problema del nodo idraulico modenese. Siamo pagati per servire la collettività.»

Ultima fase: gestione del rischio residuale. Cosa significa?

«Significa che anche se i lavori vengono fatti ad arte riguardo la prevenzione e manutenzione, rimane sempre un rischio residuale dovuto a eventi superiori rispetto alle piene di progetto o a fattori imprevedibili. L’emergenza può accadere, ma non può essere così frequente».