Con la consorte, al funerale di un conoscente e addirittura al proprio. Il vino è ovunque nelle coppe e negli otri di epoca etrusca che aprono la mostra ‘Gioia di ber’, in programma al Museo internazionale delle ceramiche da ieri fino al 30 aprile 2022. Un lungo brindisi attraverso tremila anni di storia dell’Occidente, dai più recenti oggetti di design a ritroso nel tempo fino all’antichità, attraverso capitoli quali l’ubriacatura futurista, la morigeratezza medievale e l’ilarità del Rinascimento, testimoniata nelle stesse "coppe ad inganno". Tutto comincia molti secoli prima, al tempo degli...

Con la consorte, al funerale di un conoscente e addirittura al proprio. Il vino è ovunque nelle coppe e negli otri di epoca etrusca che aprono la mostra ‘Gioia di ber’, in programma al Museo internazionale delle ceramiche da ieri fino al 30 aprile 2022. Un lungo brindisi attraverso tremila anni di storia dell’Occidente, dai più recenti oggetti di design a ritroso nel tempo fino all’antichità, attraverso capitoli quali l’ubriacatura futurista, la morigeratezza medievale e l’ilarità del Rinascimento, testimoniata nelle stesse "coppe ad inganno".

Tutto comincia molti secoli prima, al tempo degli etruschi, fondatori di una civiltà che dal vino traeva la propria linfa vitale. Sebbene di quegli abitanti della Toscana e delle aree limitrofe ancora avvolti da un certo mistero non si possegga neppure una totale padronanza della lingua che parlavano – un idioma preindoeuropeo, isolato o forse legato a quello parlato un tempo nell’isola di Lemno – la carnalità della relazione che intrattenevano col nettare della vite è da tempo sotto gli occhi di tutti: si libava alle cerimonie funebri, si libava nell’aldilà, considerando gli inequivocabili corredi funerari rinvenuti in varie tombe etrusche, e si libava nella vita di tutti i giorni. I legami con la Grecia erano intensi: la mostra documenta fra gli elleni l’abbondanza di contenitori per il vino: dal "krater", posizionato al centro della tavola, dove tutto aveva inizio, il vino era poi servito con gli "oinochoe", e giungeva alle labbra attraverso "kylix" e "skyphos", per arrivare infine al "kantharos" utilizzato dallo stesso Dioniso.

Fra queste civiltà, così come fra i coevi dauni e messapi (abitanti dell’attuale Puglia), il vino veniva mescolato con acqua, miele, e addirittura formaggio grattugiato: "nell’Odissea Polifemo si qualifica come barbaro proprio nel momento in cui beve vino non annacquato", fa notare la docente dell’Università di Bologna Anna Gamberini, fra le personalità che hanno collaborato con la curatrice Valentina Mazzotti. "Bevi, vivi a lungo": con le premesse poste da etruschi e greci non suscita stupore l’atteggiamento benevolo dei romani, documentato su alcune ceramiche, in favore del vino, di cui già Plinio il Vecchio enumerava duecento varietà (non solo italiche: apprezzatissimo era il vino di Rodi).

Dai banchetti erano normalmente bandite le donne – le sole presenze femminili ammesse erano infatti quelle delle etere – e con loro spesso anche le buone maniere. La possibilità che andasse a finire male e che a farne le spese fosse proprio la ceramica era paventata dagli stessi autori dell’antichità: secondo Ateneo non andava oltrepassata la terza coppa di vino, in quanto la quarta poteva portare alla violenza, la quinta alla chiassosità, la decima alla follia, identificata proprio "con la distruzione del mobilio".

La mostra, realizzata in collaborazione con l’Università di Bologna e l’Isia di Faenza, è divisa in quattro sezioni: dal mondo greco al Medioevo, dalla matrice barocca del XVI-XVII secolo al design del XXI secolo.

Filippo Donati