COLOSSO Veduta dall’alto del polo chimico di  Ravenna
COLOSSO Veduta dall’alto del polo chimico di Ravenna

Ravenna, 19 maggio 2016 - «UNA SCOPA e una paletta». E al più «l’aria compressa», che peggiorava la situazione, disperdendo le polveri nei magazzini dove le finestre restavano chiuse. Al petrolchimico di Ravenna i residui d’amianto si smaltivano così. Spazzandoli come si puliscono le briciole in una cucina. Pene da cinque a nove anni per 15 imputati. Un totale di 113 anni di condanne per omicidio colposo plurimo, mentre per quando riguarda il disastro colposo il reato è prescritto e la stessa Procura ha chiesto il non luogo a procedere, così come lo ha chiesto in riferimento ad alcuni singoli casi di malattie professionali. Il processo amianto al petrolchimico è alle battute finali. E il Pm Monica Gargiulo ha presentato il conto agli ex vertici del petrolchimico di Ravenna che, a partire dagli anni Sessanta, si sarebbero resi responsabili della morte di 78 lavoratori, oggi ridotti a 46 al netto delle prescrizioni e che a luglio, per la stessa ragione, resteranno una quarantina.

«CHE L’AMIANTO fosse pericoloso lo si sapeva dall’800. Dagli anni Sessanta la consapevolezza si rafforzò». I lavoratori lo impararono a fine anni Ottanta. Da chi? «Non dai datori di lavoro, ma dai mezzi di comunicazione». La Procura tira in ballo, «in assenza di deleghe specifiche in materia di sicurezza sul lavoro», i presidenti dal 1957, anno di fondazione del polo chimico, fino al ’92, quando l’Italia ha bandito l’amianto. Ma solo quelli che hanno rivestito l’incarico per periodi significativi. Dal duo Anic-Scr, passando ai colossi Enimont poi Enichem figli della riorganizzazione societaria dell’81. Diversi i punti che incardinano l’accusa, tra loro collegati come le maglie di una catena. Indiscutibile la presenza dell’amianto, per giunta sotto la forma peggiore, quella friabile. «Le fibre si disperdevano quando le coperture venivano rimosse con scalpelli, martelli, raschietti». E l’azienda avrebbe dovuto limitare i danni, bagnando le polveri e i manufatti in eternit, imponendo l’uso di mascherine – quelle di carta, oltre che scomode, avevano un bassissimo potere di filtraggio –, installando impianti di aspirazione presenti solo nel reparto saldatura e che servivano per i vapori, mentre le fibre killer si sprigionavano sui tavoli di lavoro e inevitabilmente venivano respirate. Nei capannoni i ventilatori al soffitto non garantivano il ricambio dell’aria ma solo un ricircolo ancor più devastante. Scopa e paletta per ripulire, come a casa. I primi dispositivi di protezione arrivarono solo a fine anni Ottanta. Questa, nella sostanza, la ricostruzione del Pm.

PROMISCUA era la situazione degli armadietti, dove le tute contaminate erano a contatto con gli abiti civili. Non a caso – rimarca la Gargiulo – «tra le vittime c’è anche la moglie di un operaio, che gli lavava le tute». E ad essere esposti erano tutti i lavoratori, non solo quelli a contatto diretto con i manufatti in amianto come manutentori, saldatori, coibentatori, elettricisti. «Tutti, per fare in fretta, in situazioni di emergenza si improvvisavano manutentori, a prescindere dalle mansioni». Si chiama «esposizione passiva». Provata l’esposizione alle fibre, al pari del nesso causale con le malattie professionali: devastanti, come il mesotelioma pleurico che ha fatto ben 28 vittime, così come «pacificamente dovuta alla respirazione di polveri d’amianto» è l’asbestosi. Non meno temibili, sebbene spesso legate al tabacco, placche pleuriche, carcinomi bronchiali e bronco pneumopatie. Il Pm sottolinea la correttezza procedurale dei suoi consulenti, talvolta contrastata da quelli della difesa, ricordando il contesto di difficoltà in cui si sono dovuti muovere: ricostruire oggi quanto accadeva trenta, quarant’anni fa.

QUASI due anni di dibattimento, davanti al giudice Milena Zavatti. Numerosi le parti civili: oltre alle vittime – molte delle quali difese dagli avvocati Giovanni Scudellari e Antonio Primiani –, l’associazione esposti amianto e l’Inail. Fu quest’ultima, nel 2003, a fare partire i primi esposti. La Procura indagò in un primo momento, ma finì con un nulla di fatto. Il pm Roberto Ceroni – oggi alla Dda di Bologna – riprese in mano caso per caso, li studiò a fondo e partì l’ondata di avvisi di garanzia. Fino a 35, ne ha contati l’avvocato Gianluca Mancini dell’Inail, scremati col passare del tempo. All’udienza preliminare, davanti al Gup Farinella, ne arrivarono 21, a febbraio 2014. Quattro sono deceduti. Per due – coinvolti solo in riferimento a malattie professionali – è scattata la prescrizione. Restano i quindici presidenti alla sbarra. Oltre alla Synidal, emanazione del gruppo Eni, chiamata a rispondere come responsabile civile di quanto accaduto. Prossime due udienze a giugno, toccherà alle parti civili tirare le loro conclusioni.