La famiglia di Giulia Ballestri durante  il processo:  da sinistra Guido, il fratello di Giulia, la madre Rossana Marangoni e l’avvocato Giovanni Scudellari
La famiglia di Giulia Ballestri durante il processo: da sinistra Guido, il fratello di Giulia, la madre Rossana Marangoni e l’avvocato Giovanni Scudellari

Ravenna, 27 novembre 2018 - Stupita, perplessa, arrabbiata. Tanti modi per descrivere lo stato d’animo di una città, Ravenna, che ha preso atto non senza sorpresa del ritorno nel carcere cittadino di Matteo Cagnoni, dopo 112 giorni di permanenza alla Dozza di Bologna dove non se la passava bene. La prima reazione arriva dalla famiglia di Giulia Ballestri, la donna che secondo i giudici della Corte d’Assise il 53enne marito dermatologo uccise con brutalità la mattina del 16 settembre 2016. «Sinceramente ci interessa poco sapere in quale galera l’imputato si trovi. Ci chiediamo solo quanto sia opportuno per i figli di Giulia il suo trasferimento a Ravenna», il concetto riassunto dal loro avvocato, Giovanni Scudellari, dietro il quale non è difficile leggere un sentimento di disagio. Cui a stretto giro si aggiunge il disappunto delle associazioni che al processo si sono costituite parte civile.

«A qualsiasi altro detenuto, marocchino, tunisino o italiano – le parole dell’avvocato Sonia Lama, che tutela l’Udi, l’Unione donne italianeuna domanda di trasferimento di questo tipo ben difficilmente sarebbe stata accolta, a meno che non ci sia una ragione di avvicinamento familiare. E Cagnoni non avrebbe potuto perorarla come causa in quanto i familiari li ha a Firenze e non a Ravenna». Sul fatto che a Bologna stesse male, l’avvocato Lama conviene: «Un carcere non è un centro benessere». Ma «fatta salva la dignità delle persone che non deve venire meno per nessuno, in carcere a Ravenna Cagnoni aveva creato problemi, dunque c’erano gli stessi elementi per ritenere che la sua presenza fosse incompatibile anche con questa casa circondariale».

Il legale si riferisce ai dissidi che il medico aveva avuto con la polizia penitenziaria, che avevano portato la Procura ad aprire un ulteriore fascicolo per minacce, poi archiviato, cui comunque fa riferimento anche uno dei provvedimenti del giudice Corrado Schiaretti allorché gli negò la richiesta di arresti domiciliari. «Senza parole» si dice l’avvocato Monica Miserocchi, in rappresentanza dell’associazione ‘Dalla parte dei minori’, che parla di «strana situazione» perché «non ho memoria di un ritrasferimento su Ravenna con un condannato a una pena di questo tipo, e quindi non lo comprendo».

Per la Miserocchi «ha dell’incredibile la concomitanza tra questo ritorno e la giornata internazionali contro i femminicidi e la violenza di genere, ma soprattutto non mi pare una scelta di grande opportunità per i bambini. Qualcuno ha fatto una valutazione al riguardo? La sentenza non è definitiva, ma abbiamo un punto fermo, una condanna in primo grado all’ergastolo». Emerge infatti, in questa vicenda, che le vittime collaterali non hanno voce in capitolo. Per legge. «Al tutore è stato chiesto? Veniamo notiziati su tutto – prosegue il legale – ma non su un provvedimento del genere? È chiaro che lui è sempre detenuto, ma qui è importante l’elemento simbolico: torna dove è accusato di avere ucciso la madre dei suoi figli». Da qui l’intenzione di «chiedere al garante dei diritti dei detenuti se non si stia agendo in disparità di trattamento: ho lottato una vita per trasferire detenuti vicino alla famiglia e mi è sempre stato risposto picche».

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