ANDREA COLOMBARI
Cronaca

Morto dopo l’intervento, tecnico condannato: "Ci fu un insabbiamento"

Il 57enne ravennate si era operato per sostituire una valvola cardiaca. La moglie avvocato: "Scoprii che c’erano due cartelle con valori manipolati"

Mauro Casadio, morto a 57 anni nel novembre del 2019, era stato operato

Mauro Casadio, morto a 57 anni nel novembre del 2019, era stato operato

Ravenna, 8 giugno 2024 – Un intervento di routine anche se delicato. Il 57enne ravennate Mauro Casadio aveva scherzato e chiacchierato con la moglie e il fratello fino a pochi minuti prima di entrare in sala operatoria. Nessuno di loro poteva certo immaginare che quella sarebbe stata l’ultima volta assieme. Per il decesso dell’uomo avvenuto il 14 novembre 2019, martedì scorso il tecnico perfusionista intervenuto durante l’operazione alla clinica bolognese ‘Villa Torri Hospital’, è stato condannato per omicidio colposo a un anno di reclusione con pena sospesa (la procura ne aveva chiesti due). Assolta invece l’altra imputata, l’anestesista, "per non avere commesso il fatto", come chiesto dallo stesso pm. Alle parti civili sono state riconosciute provvisionali per un totale di 300 mila euro. Si tratta del fratello del defunto (avvocato Emanuela Rijillo); della moglie, del figlio e della suocera (avvocato Gabriele Bordoni).

Per altri tre medici legati all’operazione (due chirurghi e un secondo anestesista), già a suo tempo la procura aveva chiesto e ottenuto l’archiviazione concentrandosi sull’operato dei due imputati sulla base di consulenze da cui era emerso che l’edema cerebrale che aveva ucciso il paziente, era stato determinato da un errore nella miscelazione dei gas destinati alla circolazione extracorporea, la cec. Il signor Casadio, operaio al Consorzio di Bonifica (sede di Lugo) aveva alle spalle una vita sana tanto che fino al 2007 aveva giocato a pallavolo. Quindici anni prima gli avevano diagnosticato un malfunzionamento della valvola mitralica: e così nel 2005 era stato operato al Maria Cecilia Hospital di Cotignola. Nessun’altra patologia e una vita normale fino a che, per usura, quella valvola avrebbe dovuto essere sostituita. Per questo il 4 novembre 2019 era stato il ricoverato nella clinica bolognese. Con lui c’era la moglie Dina Costa, avvocato del Foro di Ravenna: ed stata proprio lei, con l’aiuto della collega e amica Rijillo, a fare partire le indagini con un esposto.

L’operazione del marito era finita alle 20.45: il cardiochirurgo sembrava soddisfatto. Ma la mattina dopo la clinica le aveva comunicato che stavano portando il consorte nella sala Tac perché non si svegliava: coma irreversibile seguito dalla morte. Per l’accusa, tutta colpa di una carenza di ossigeno determinata da una miscelazione sbagliata nelle prime fasi del cec.

La sentenza giusta a mio avviso avrebbe dovuto prevedere anche la condanna per l’anestesista in quanto responsabile del tecnico perfusionista: aveva cioè un dovere di vigilanza", ha sottolineato la vedova Costa prima di evidenziare amaramente un particolare: "Hanno voluto insabbiare: sono riuscita a ottenere questa condanna perché mi sono accorta dell’esistenza di due cartelle della circolazione extracorporea con valori diversi e manipolati". E cioè "una che corrispondeva ai report e che dimostrava la situazione patologica di mio marito poco dopo l’inizio della circolazione extracorporea con anossia, cioè mancanza di ossigeno, capace in 4 minuti di portare alla morte delle cellule cerebrali". Nell’altra, "redatta di pugno dal perfusionista, c’erano valori diversi e migliorativi: lui ha sostenuto di averli calcolati perché un’infermiera che doveva processare una siringa, lo aveva fatto in ritardo e senza seguire le procedure". Quell’imputato "è sempre stato presente in aula: alla prima udienza mi disse che non si sapeva spiegare cosa fosse accaduto, niente di più".