Omicidio Minguzzi, ora tutti in appello

Per i tre imputati, assolti in primo grado "per non avere commesso il fatto", il processo a Bologna è stato fissato per metà settembre .

Omicidio Minguzzi, ora tutti in appello

La grata a cui fu legato il corpo del carabiniere di leva alfonsinese Pier Paolo Minguzzi

Nel frattempo la pista alternativa, quella che puntava verso il ‘cameriere mitomane’ suggerita dalla corte d’assise di Ravenna, è stata archiviata dal gip. E il pm ha poco dopo proposto ricorso contro l’assoluzione dei tre imputati.

Ed eccoci ora arrivati alla fissazione di un appuntamento fondamentale per conoscere la verità (giudiziaria) sull’omicidio di Pier Paolo Minguzzi, 21enne studente universitario, carabiniere di leva a Bosco Mesola, nel Ferrarese, e figlio di una famiglia di imprenditori ortofrutticoli di Alfonsine. I suoi aguzzini lo rapirono e lo uccisero la notte tra il 20 e il 21 aprile 1987 mentre rincasava dopo avere riaccompagnato l’allora fidanzata; infine lo gettarono nel Po di Volano da dove il corpo venne ripescato l’1 maggio di quell’anno: per tutto il tempo i sequestratori avevano continuato a chiedere alla madre un riscatto di 300 milioni di lire. Per i tre imputati l’appello è stato appena fissato per metà settembre davanti alla corte bolognese. Si tratta di due ex carabinieri al tempo in servizio alla caserma di Alfonsine: il 59enne Angelo del Dotto di Ascoli Piceno (avvocato Gianluca Silenzi) e il 58enne Orazio Tasca, di origine siciliana ma da anni residente a Pavia (avvocato Luca Orsini). E dell’idraulico del paese: il 67enne Alfredo Tarroni (avvocato Andrea Maestri).

Il 22 giugno 2022, dopo poco più di un’ora di camera di consiglio, la corte ravennate presieduta dal giudice Michele Leoni li aveva assolti "per non avere commesso il fatto" a fronte di tre richieste per altrettanti ergastoli. In particolare nelle motivazioni, il giudice Leoni aveva tra le altre cose precisato che il casolare abbandonato non era il luogo del delitto; i tre imputati non c’entravano nulla con la morte del ragazzo; non c’erano prove e nemmeno indizi e non si era neppure trattato di un rapimento a scopo estorsivo. Perché quello di Minguzzi, ad avviso della corte, "fu un omicidio di stampo mafioso", un "classico esempio di lupara bianca". Tanto che l’eliminazione del ragazzo "avvenne con un rituale simbolico e tipico delle vicende di mafia". E in quanto al riscatto, la spiegazione poteva celarsi dietro alla volontà di "infliggere alla famiglia un ulteriore pregiudizio" oppure a mero sciacallaggio. Era stato infine caldeggiato un ulteriore vaglio delle conversazioni tra Sabrina Ravaglia, l’allora fidanzata del defunto, ed Enrico Alex Cervellati, cameriere stagionale che nei giorni successivi al sequestro si era inserito nella vicenda con chiamate, lettere e cartoline alla giovane. L’uomo, difeso dall’avvocato Matteo Olivieri, era stato indagato per falsa testimonianza per via delle e dichiarazioni rese alla corte ravennate: tutto archiviato con decreto del 16 novembre 2022.

Secondo il ricorso del pm Marilù Gattelli, Cervellati aveva cioè reso "dichiarazioni attendibili e veritiere". Per il pm inoltre appariva "del tutto da escludere, in quanto priva di ogni logica", anche "l’ipotesi di sciacalli" inseritisi nella vicenda. E nemmeno una vendetta di mafia poteva trovare spazio nel delitto: "Non vi è traccia che la compagine della lupara bianca avesse preso informazioni sulle abitudini dei Minguzzi". Unica soluzione per l’accusa sarebbe insomma quella di riformare l’assoluzione con una sentenza di condanna per tutti e tre gli imputati.

Andrea Colombari