"Tutti assolti, ma Matteo riposa sottoterra"

La mamma di Ballardini commenta la sentenza sulla cessione del metadone: "La dottoressa ha sulla coscienza la morte di mio figlio"

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"La ragazza ora è guarita, sono stati tutti assolti. In questa triste vicenda, ci si è dimenticati però che c’è un giovane di 19 anni sottoterra, un giovane che non voleva certo morire. Non sono nessuno per criticare una sentenza, rispetto le leggi, sono una brava cittadina. Però voglio fare notare che quella dottoressa ha sulla coscienza la morte di Matteo. Anche inconsapevolmente, certo: non parlo mica di sua cattiva fede o di responsabilità penale, parlo di coscienza".

Il riferimento di Sabrina Bacchini, madre del giovane morto, è per il metadone che il 12 aprile del 2017 a Lugo aveva ucciso lo studente Matteo ‘Balla’ Ballardini nel fiore dei suoi anni e dopo ore di agonia. Le bottigliette recuperate dagli inquirenti, erano risultate provenire dal Sert di Ravenna e facevano parte del programma terapeutico assegnato a Beatrice ‘Bea’ Marani di Lavezzola, all’epoca 20enne indicata come chi aveva fornito la dose rivelatasi letale. Sia lei che la dottoressa del Sert che le aveva prescritto la terapia e la zia che l’aveva aiutata nel suo percorso, giovedì sono state assolte da tutte le accuse legate alla gestione dell’oppioide sintetico “perché il fatto non sussiste”.

Signora quando ha saputo della sentenza?

"Di mattina recandomi al lavoro: vado al bar a prendere il cappuccino e lì mi dicono: ‘Sabrina va a vedere il giornale’. Ho letto due righe e mi è caduto il mondo addosso, ho cominciato a piangere".

Poi cosa ha fatto?

"Sono andata al magazzino edile dove lavoro e ho detto: oggi non ce la faccio. Sono tornata a casa e sono scappata in montagna, a Castel D’Aiano, nel Bolognese, dove in località Finocchia ho preso un piccolo rifugio: una casina di sassi. Trovo un minimo di pace quassù tagliando la legna, lavorando nel bosco: qui respiro, non mi conosce nessuno".

Del processo c’è qualcosa che in particolare l’ha colpita?

"Non voglio contrappormi alla giustizia, a una sentenza, a tutti i cavilli legali: è stato deciso così, e così significa tutti assolti. C’è una cosa che però mi ha fatto più male: una frase della difesa sulla dottoressa: “Un comportamento umano e scrupoloso per aiutare una ragazza che non si sarebbe fatta aiutare”. Ma così, anche inconsapevolmente, lei ha provocato la morte di un ragazzo che non c’entrava niente con la Marani e con la sua terapia".

Intende le “quantità industriali” di metadone che la giovane si vantava di avere?

"Non ci si è preoccupati che la Marani lo desse in giro: e ciò ha fatto sì che Matteo ora sia al cimitero. Per me la dottoressa dovrebbe avere sulla coscienza la morte di un giovane di 19 anni. Lei deve averlo così come lo devono avere tutti".

Parole certo nette le sue, che esprime con la franchezza di sempre.

"Già, e sarebbe proprio il colmo che ora mandassero me a giudizio per quello che dico... Il fatto è che la Marani ha avuto la possibilità di essere ricoverata e di rifarsi una vita nuova. Matteo non ha avuto la stessa possibilità: quella notte sarebbe bastata una semplice telefonata, anche in anonimato. Perché nessuno scrupolo per aiutarlo? Ha sofferto come un cane. La sua vita valeva meno di una cicca, di un mozzicone schiacciato. Sì, se l’è cercata: ma poteva essere aiutato e non saremmo finiti a questo. Bastava un minimo di buonsenso, da parte di molti, anche della dottoressa e della zia della Marani".

Tra pochi mesi ci sarà la Cassazione per la morte di suo figlio: in cosa confida?

"La giustizia ha troppe forme: non riesco a capire più cosa sia giusto o sbagliato. Si basa su cose astratte: ma sfiderei chiunque nei miei panni a pensarla diversamente. Matteo ora vive nel cimitero, nel silenzio, penso che riposi in pace. Ogni tanto mi dà qualche segno. Sta vivendo in quelle piante che stanno nascendo lì attorno. Mi sono sempre rifiutata di fotografare la croce con nome e cognome, oggi voglio farlo".

Andrea Colombari