In questi mesi si è allenato correndo a notte fonda, per abituare il corpo a macinare chilometri in orari in cui, di solito, ci si gode il meritato riposo. Non solo: si è sottoposto a numerose sedute di atletica e ha trascorso intere domeniche a correre tra monti e colline. Tutto questo mantenendo la sua tranquilla routine da impiegato amministrativo al comune di Cervia, laddove è nato e cresciuto. Il 49enne Andrea Galassi, appassionato di trail running (la corsa a piedi tra i sentieri di montagna), è reduce dalla gara più dura al mondo in questa specialità, il Tor des Géants (‘giro dei giganti’ in dialetto valdostano). 330 chilometri per circa 30.000 metri di dislivello positivo, da concludere in un tempo limite...

In questi mesi si è allenato correndo a notte fonda, per abituare il corpo a macinare chilometri in orari in cui, di solito, ci si gode il meritato riposo. Non solo: si è sottoposto a numerose sedute di atletica e ha trascorso intere domeniche a correre tra monti e colline. Tutto questo mantenendo la sua tranquilla routine da impiegato amministrativo al comune di Cervia, laddove è nato e cresciuto. Il 49enne Andrea Galassi, appassionato di trail running (la corsa a piedi tra i sentieri di montagna), è reduce dalla gara più dura al mondo in questa specialità, il Tor des Géants (‘giro dei giganti’ in dialetto valdostano). 330 chilometri per circa 30.000 metri di dislivello positivo, da concludere in un tempo limite di 150 ore.

Galassi, si sente un ‘gigante’? "Sono un po’ frastornato: a Cervia si è diffusa la voce della mia partecipazione al Tor e tanti conoscenti mi hanno fermato per congratularsi con me. Avevo in testa questa gara da quando mi sono dato al trail, una decina d’anni fa".

Perché proprio il trail?

"Giocavo a basket, ma ho dovuto abbandonare per un infortunio. Così ho iniziato a correre: della corsa in montagna mi affascina l’atmosfera, è come un viaggio. A differenza della corsa su strada, in cui il tempo è tiranno, nel trail non si guarda il crono. E ci si immerge anima e corpo nella natura".

A chi ha confidato la decisione di voler partecipare al Tor?

"Era lo scorso febbraio, ancora in piena pandemia. Ho pensato che per i concorrenti stranieri sarebbe stato complicato partecipare, dunque avrei avuto più chance di essere sorteggiato (il Tor des Géants è una gara a numero chiuso, cui si accede tramite sorteggio, ndr). Ne ho parlato con Francesco, un compagno di trail, e ci siamo iscritti nell’ultimo giorno utile. Siamo stati sorteggiati entrambi".

Dica la verità: nessuno le ha dato del matto?

"Non sono nuovo a questo genere di imprese. Un paio d’anni fa ho partecipato anche alla Novecolli running, una corsa a piedi che ricalca la più celebre gara ciclistica, sul medesimo tracciato da 203 chilometri. La mia compagna mi sostiene sempre e, saputo del Tor, si è offerta di accompagnarmi. Ho preferito andarci da solo: non volevo che si preoccupasse nei momenti di difficoltà".

Ce ne sono stati?

"Certo. Per quanto si possa essere allenati, non si è mai veramente pronti per prove così estreme. Ho tagliato il traguardo in 126 ore, correndo giorno e notte per cinque giorni. Avrò riposato meno di quattro ore in totale".

Ha mai pensato di non farcela?

"Uscendo da un ristoro, al quarto giorno di corsa, ho sentito che stavo per svenire dalla stanchezza. Mi sono accovacciato su una panchina e mi sono addormentato, svegliandomi di soprassalto dopo mezz’ora. Al risveglio non capivo più dov’ero: ero convinto di essere al lavoro, nel mio ufficio. Mi chiedevo come potevo essere finito in quel sentiero. Un passante, preoccupato, mi ha detto: ‘Hai il pettorale del Tor, ora probabilmente dovrai andare di là’, indicandomi la strada. Ma per un po’ ho continuato a domandarmi com’ero finito lassù".

Cos’ha provato quando ha intravisto il traguardo?

"Non ci crederà, ma dopo aver superato il Malatrà (l’ultima e più impegnativa salita, prima dell’arrivo a Cormayeur, ndr), sono stato assalito dalla malinconia. Ero quasi dispiaciuto che quell’esperienza così intensa stesse arrivando alla fine".

Non ci dica che vuole già ripartire.

"No, per ora basta con le gare ‘ultra’. Però un piccolo sogno ce l’ho".

Quale?

"Vorrei accompagnare altre persone, magari della nostra città, a vivere questa esperienza. Convincerle che niente è impossibile se lo si vuole davvero".

Maddalena De Franchis