Ferrara, 16 luglio 2017 - Norbert Feher, il pluriomicida serbo noto anche come Igor Vaclavic, è introvabile. Tre mesi e mezzo di ricerche senza risultati. Sparite anche le tracce che nei primi giorni lasciava dietro di sé, illudendo i suoi inseguitori di avere trovato piste attendibili. L’attività giudiziaria nei suoi confronti procede (giovedì è iniziato il processo per le rapine dell’estate 2015, mentre sul campo continua la caccia all’uomo, sebbene con uomini e mezzi ridimensionati) ma lui non c’è. Un’assenza che pesa, a tre mesi e mezzo dall’omicidio di Davide Fabbri, barista di Budrio, e a un mese e una settimana da quello di Valerio Verri, guardia ecologica volontaria di Portomaggiore. E che spinge alcuni attori di questa tragica vicenda ad azzardare alcune analisi ad ampio spettro. Tra questi c’è l’avvocato Fabio Anselmo, legale di Emanuele e Francesca Verri, figli di Valerio.

 

Avvocato Anselmo, da una parte ha vinto il premio Borsellino per la legalità. Dall’altra, spesso viene accusato di essere ‘contro’ le forze dell’ordine. Dove sta la verità?
«Io difendo la legalità. Seguo processi nell’ambito dei quali c’è chi ha ecceduto nelle proprie competenze, è vero. Ma non penso che vada perseguita la divisa. Solo chi supera i limiti. Detto questo, ho difeso e difendo carabinieri e poliziotti. Ho assistito pressoché gratuitamente Roberto Periccioli, il militare ferito in via Traversagno dalla mala del Brenta. Da quel caso ho tratto una lezione importante».

Quale?
«Ho avuto la sensazione che i problemi di sicurezza vengano condizionati da questioni di comunicazione mediatica. Con conseguenti frizioni tra polizia e carabinieri».

E questo cosa comporta?
«Una mancanza di collaborazione tra le forze dell’ordine, che può creare un corto circuito. E questo si è visto anche di recente».

Si riferisce al caso Igor?
«Esatto. Igor ha messo a nudo la questione sicurezza in tutta la sua problematicità. Sia chiaro, non voglio sminuire l’impegno di chi ha operato sul campo. È chi comanda che avrebbe dovuto gestire meglio la situazione».

Dove si è sbagliato?
«Andavano allertate e messe in campo tutte le forze dell’ordine. A quanto ci risulta invece, all’inizio la questura è stata tagliata fuori».

Che altro?
«La ‘zona rossa’ andava chiusa subito. Sono stati pubblicati atti dai quali emerge come si avessero sospetti su Igor già dai giorni immediatamente successivi alla rapina alla guardia giurata di Consandolo. Era risaputo che si rifugiava lì».

La caccia all’uomo è stata però massiccia e capillare.
«Ma tardiva. È inaccettabile che la segnalazione di pericolo avvenga sul gruppo Whatsapp della polizia provinciale. Verri era un volontario, non uno sceriffo. Quella zona era pericolosa. Ma, come dicono i figli, è stata chiusa la stalla quando i buoi erano già fuggiti».

Lei ha sostenuto sin da subito che il pericolo sia stato sottovalutato. Ne è ancora convinto?
«Mi limito a registrare quello che leggo sulla stampa, perché è l’unico modo in cui io e i miei assistiti riusciamo ad avere informazioni. E mi domando come mai il giorno dopo la rapina di Consandolo i carabinieri siano andati in massa al Gad. Era un episodio eccezionale, che meritava più attenzione».

Sta accusando qualcuno?
«Dico solo che la pubblica autorità ha un obbligo di garanzia, che è la sicurezza dei cittadini. Se manca questa tutela, qualcuno ne deve rispondere».

Avete fatto tre esposti. Quali sono le prossime mosse?
«Attendiamo. Leggiamo i giornali per capire cosa sta accadendo».

Nel frattempo gli amici di Davide Fabbri, altra vittima di Igor, hanno messo una taglia sulla testa del ricercato.
«È il risultato del senso di frustrazione che l’intera gestione della questione ha suscitato nelle persone. Una reazione analoga a quando si accusano magistrati o stranieri. Per loro ho profondo rispetto e non entro nel merito. Tuttavia io credo ancora fortemente in uno Stato di diritto. Le forze dell’ordine, se ben gestite, possono garantire la sicurezza, senza iniziative da parte dei cittadini».