Pesaro, 11 gennaio 2018 - Si sono sposati ieri, un giorno prima del previsto. Meglio evitare il clamore. Per arrivare a questo momento, Luca e 'Katia', lui 41enne pesarese, ingegnere informatico, lei 29 anni, nazionalità marocchina, da venti in Italia, hanno saputo ribellarsi al diktat del Paese d’origine della ragazza che le imponeva per ottenere il nulla osta di convertire all’Islam il suo futuro marito. «Ma scherzate? – rispose Katia nel Consolato di Bologna – sono atea e non ci penso nemmeno lontanamente di convertire a nessuna religione il mio futuro marito».

Da quel momento, Katia ha iniziato a chiedere ad avvocati e a siti specializzati come aggirare il nulla osta negato per motivi religiosi. Perché il problema sembrava insuperabile: l’ufficio di Stato civile di Pesaro non accoglieva la richiesta di pubblicazioni di matrimonio senza un documento del Marocco che attestasse il nubilato della donna e i suoi dati familiari.

Dopo aver consultato alcuni avvocati, ha preparato da sola il ricorso al tribunale civile di Pesaro spiegando tutto quello che le era accaduto, compresa la scena al Consolato di Bologna dove l’hanno materialmente cacciata perché aveva dichiarato di essere non credente. Ricorre al giudice Storti che, sentita la procura, autorizza a bypassare quel foglio negato dal Marocco. Il giudice ha motivato il suo provvedimento per superare l’ostracismo religioso. In questo modo, l’ufficio di stato civile ha autorizzato la celebrazione delle nozze previste per giovedì 11 ma anticipate a ieri per evitare clamore.

Tra gli invitati  c’era il consigliere comunale di Bologna Umberto Bosco della Lega, il quale dopo la pubblicazione della notizia sul Carlino sulla richiesta di conversione, li ha contattati per esprimere solidarietà. Per Katia, che presto diventerà cittadina italiana (la coppia ha già una bambina), è «insopportabile l’ipocrisia che permette ai maschi marocchini di sposare anche cristiane o ebree mentre le donne devono unirsi per forza con musulmani altrimenti è negato qualunque atto ufficiale anche a donne che sono cresciute in Italia».