Rovigo, 28 giugno 2017 - «Ho scritto il libro in memoria di Marco, perché resti qualcosa ai posteri visto che a suo tempo, quando è morto, non se ne è parlato abbastanza». Marino Callegaro, 71 anni, ha scritto un breve libro su suo figlio Marco, morto il 25 luglio del 2010 in Afghanistan, in circostanze ancora avvolte dal mistero. Era capitano e in quella missione rivestiva il ruolo di capo cellula amministrativa. Il libro è edito dalla Youcaprint di Tricase, in provincia di Lecce.

I militari hanno voluto far passare la morte di Callegaro come un suicidio. Quasi sette anni dopo, lo scorso aprile, è stato trovato morto impiccato Antonio Muscogiuri, 50 anni, colonnello delle truppe alpine di Bolzano. Una morte del tutto inattesa che è stata collegata inevitabilmente a quella del polesano Marco Callegaro. Muscogiuri era l’imputato numero uno per truffa militare aggravata nell’inchiesta nata dalla morte di Callegaro ed era il suo superiore diretto. Il capitano originario di Gavello aveva contestato il noleggio di mezzi blindati in maniera insufficiente. Ma meno cara. Di qui l’ipotesi di truffa.

Perché ha intitolato il libro 8,40?
«Perché Marco è nato alle 8,40 del mattino l’8 giugno del 1973. E poi, tre anni fa, ho subìto un’operazione molto seria. Mi hanno preparato per la sala operatoria, hanno impiegato un’ora. Quando mi hanno detto che mi avrebbero addormentato ho chiesto che ora fosse. Ed erano le 8,40. Sono coincidenze significative».

Quando l’ha scritto?
«Quest’inverno. Quando c’è freddo passo molto meno tempo nell’orto. Allora di solito vado in biblioteca e prendo qualche libro da leggere. Quest’inverno mi sono detto perché non raccontare la storia di Marco? E mi sono messo lì, da solo. L’ho scritto come avevo in mente».

Di che cosa parla il libro?
«Della nascita di Marco, della sua esperienza da giovane all’Accademia. Della malattia dell’altra mia figlia, sua sorella. Della missione in Afghanistan. Della mia malattia. Diciamo che vengono affrontati tutti i momenti cruciali della vita di Marco e della mia. È breve ma c’è tutto quello che volevo dire e che voglio rimanga».

Dell’inchiesta ha più saputo nulla?
«No. L’udienza del 12 giugno è stata rinviata al 12 di luglio».

Pensa che saprà mai la verità su quello che è successo?
«Sarà molto difficile. Però spero che venga fuori, con tutto il cuore. Spero che qualcuno che sa e non riesce più a stare zitto si liberi e dia un aiuto affinché la verità possa emergere».

Tommaso Moretto