Bologna, 16 luglio 2019 - Ieri Mihajlovich è entrato al Seragnoli, ed è in buona compagnia. Dei medici, del personale sanitario, della straordinaria qualità della struttura che una famiglia bolognese, Seragnoli appunto, non si stanca mai di migliorare, ampliare. Grazie. Troverà il patrimonio di scienza e di umanità lasciato dal professor Tura, ancora figura di riferimento per chi lotta contro le leucemie. Che sono molte, troppe. Troverà anche tanti anonimi Sinisa. E lì troverà con le sue stesse paure, il suo stesso trauma, il medesimo coraggio, l’identica voglia di vincere. Dei Sinisa come lui. Un giorno, tanti anni fa, anche mio figlio entrò in quella magnifica fabbrica di speranza, preso al volo, prima che fosse troppo tardi, dall’intuito di sua madre che aveva visto che qualcosa non andava: con gli occhi e con il cuore. Sedici anni sono pochi per chiudere bottega.

Poi, così in fretta, per una forma di tumore con un nome complicato, e un cognome da brividi: fulminante. Il Seragnoli era pieno di piccoli Sinisa come il mio. Molti ce l’hanno fatta. Anche mio figlio. Altri no. Li rivedo ancora, vedo i loro genitori, la porta della loro stanza che un giorno si chiuse. Il mio Sinisa era forte, ma l’avversario era ostico. «Allora prof?», chiesi a Sante Tura. «Guarda, lo abbiamo subito messo sotto, chemio, trasfusione, tutto al massimo. Ma è una forma molto aggressiva che quasi sempre scopriamo post mortem. Diciamo che se abbiamo culo arriviamo a domani. Nel senso che la cura funziona, ma l’organismo è attaccabile e ci vuole pure fortuna».

Anche il giorno dopo mi disse la stessa cosa. Alla fine la scienza non ebbe più bisogno del culo: aveva vinto sul male. Lui era molti chili in meno e si era fatto molti mesi di ricovero. Altri tempi. Lui non aveva capelli, io avevo fatto i primi capelli bianchi.Tutto ok. Bisogna crederci. Come fece Guazzaloca che al Seragnoli ci andò poche settimane dopo la sua elezione. Che beffa, Giorgio! Giravano voci di ogni tipo. Il sindaco faceva dire di essere in vacanza. Nessuno ci credeva. In molti lo davano in un ospedale a New York. Ma era in via Massarenti. A combattere. E vincere.

Ieri Sinisa è entrato in questo mondo che comunque resterà sempre il suo. Dove troverà medici di eccellenza assoluta, e tanti Sinisa con la sua voglia di vincere. Non hanno avuto applausi, striscioni, titoli. Hanno solo il loro coraggio, l’amore e l’incitamento dei loro cari. E da oggi il compagno e l’allenatore perfetto per vincere la partita. Con il tifo di tutto lo stadio.