
Adriano Rinaldi (a destra) assieme al fratello Valerio e al figlio Manuel
Bologna, 30 aprile 2020 - Era il 1977. Dall’Inghilterra anche in Italia stava arrivando la moda dei pub. Adriano Rinaldi aveva 19 anni quando assieme a suo fratello Valerio, allo zio e ai soci Andrea e Stefano Musolesi si imbarcò in quest’avventura, aprendo il Number Ten di via Emilia Ponente, il primo pub in città. E l’avventura, alimentata dalla passione di Adriano e della sua famiglia, negli anni è cresciuta fino a diventare un pezzo di storia e società bolognesi. Adesso, un pezzo di quella storia è diventato memoria. Adriano Rinaldi, che aveva 63 anni, è morto venerdì scorso al policlinico. Anche lui una vittima del Covid-19. Anche lui, come Andrea Nutini, contagiato dopo un trapianto di rene a cui si era sottoposto a metà marzo, mentre si trovava in degenza nel reparto di Nefrologia del Sant’Orsola.
Soffriva da anni di diabete e dopo il trapianto, il virus si è fatto strada con violenza nel suo fisico già fortemente debilitato. La morte di Rinaldi è stata accolta in città con dolore e commozione. "Adriano aveva un cuore grande", lo ricorda il fratello Valerio. "L’ultima volta che ci ho parlato era il giorno del mio compleanno, il 29 marzo – racconta, con la voce che si interrompe per far spazio alle lacrime –. Lui stava già tanto male, in ospedale. E quella mattina, come prima cosa, ha pensato a me, a farmi gli auguri per i miei 60 anni. Poi si è aggravato e non ci siamo più potuti parlare. Ma lui era una parte di me e, per quello che ha fatto in tanti anni, anche di Bologna". Dopo l’esperienza del Number Ten, nel 1984 assieme al fratello aveva aperto il Dragon pub di viale della Repubblica "e cinque anni dopo era arrivato anche l’Old Bridge di via Emilia Ponente. Ci siamo divertiti tanto in questi anni e abbiamo fatto divertire tanti clienti, che per noi erano diventati una famiglia". Una famiglia di cui Adriano si prendeva cura con attenzione. "Se c’erano partite che venivano trasmesse prima dell’orario di apertura lui, pur di farle vedere ai suoi clienti, anticipava l’apertura del locale – ricorda un amico –. E poi chiudeva ogni suo discorso con l’immancabile ‘yessen’. Una sorta di marchio distintivo che adesso ci mancherà, come già ci manca Adriano".
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Rinaldi era sposato, aveva un figlio e due nipotini adorati. Adesso, la moglie Lella, il figlio Manuel con Nicole e i piccoli Joy e Alìce, di 4 anni, e la mamma Venusta, di 88 anni, sono spezzati dal dolore. Una perdita arrivata in un momento tanto difficile, in cui non è stato neppure possibile dare l’ultimo saluto ad Adriano. "È straziante pensare che se ne sia andato da solo – dice ancora Valerio –, senza nessuno di noi a stringergli la mano. Mi solleva solo il fatto che negli ultimi giorni, ad assisterlo in ospedale, c’è stata una ragazza che conosciamo e che si è presa cura di lui con lo stesso affetto con cui lo avremmo fatto noi. Adriano mi mancherà. È impossibile per me pensare adesso a quale sia il nostro ricordo più bello. La nostra è stata una vita trascorsa in simbiosi. Vorrei che non venisse dimenticato, ma sono certo che Bologna non scorderà mio fratello". "Alla famiglia di Adriano Rinaldi va il più profondo cordoglio mio, dell’equipe di Nefrologia e della comunità del Sant’Orsola tutta – ha dichiarato la direttrice generale del Sant’Orsola Chiara Gibertoni –. Il rammarico è che l’intervento per il quale era stato ricoverato aveva avuto esito positivo. Purtroppo l’attenzione e l’impegno profuso non sono stati sufficienti a testimoniare una volta di più la pericolosità del virus".