Bologna, 31 ottobre 2020 - Il ritorno del Covid non ha portato anche un rinnovato spirito di solidarietà verso medici e infermieri. La riflessione amara arriva da Chiara Gibertoni, direttrice del Sant’Orsola. "Oggi – dice – si avverte un clima di minore vicinanza. È come se dovessimo giocare due campionati con atleti capacissimi, ma stanchi e scoraggiati. In particolare il Pronto soccorso è lo snodo di queste due pressioni: quando riusciamo ad allentare sui pazienti Covid, torniamo in difficoltà sugli altri". La numero uno del Sant’Orsola ha voluto ringraziare il personale, per lo "spirito di dedizione, che è lo stesso di prima anche se oggi meno riconosciuto". Ma nelle persone "c’è anche un po’ di assuefazione e forse non c’è la percezione che la fatica adesso è raddoppiata". Invito al massimo rispetto è arrivato anche dal sindaco Merola: "Diamo una mano ai nostri sanitari, evitando contatti e rinunciando alle feste". Di tutto questo ne abbiamo parlato con Nicola Carangelo, coordinatore del Pronto soccorso del Policlinico.

Nicola Carangelo, com’è la situazione al Pronto soccorso?
"Gli accessi aumentano giorno dopo giorno, ricoveri e tempi di uscita si sono allungati. E...".

E?
"La paura nella gente sta provocando rabbia e impazienza".

Dunque non sareste più gli eroi da osannare?
"Noi siamo sempre gli stessi (sorride, ndr) . Da parte nostra lo sforzo è identico, se non maggiore, rispetto al passato. Stesso impegno, stessa determinazione. C’è ovviamente tanta stanchezza per il dispendio di energie dovuto alla prima ondata. Purtroppo non abbiamo avuto il tempo di ricaricare le batterie e non c’è la certezza di quando questo virus ci darà tregua. Ma andiamo avanti".

Mi perdoni, ma cosa sarebbe cambiato rispetto alla prima ondata?
"C’è lo sforzo massimo, rispetto a quando era tutto chiuso, di mantenere due linee: quelle dei probabili Covid e quelli no. Se prima avevi 80 pazienti prettamente Covid, oggi hai altri 110/120 accessi con esigenze diverse. Questo, ovviamente, ti porta ad avere più posti letto e la destinazione ai reparti diventa più lunga e difficile".

I tempi di attesa si allungano e per questo sale la rabbia?
"Pensiamo solo all’attesa per i risultati di un tampone. Non esiste una media sulle tempistiche a oggi, anche perché i numeri stanno crescendo e il Pronto soccorso rischia di ingolfarsi. Fondamentale sarà vaccinarsi contro l’influenza stagionale".

Avete registrato episodi incresciosi, minacce o, come in altre città, atti di vandalismo?
"Per fortuna no, ma gestire queste dinamiche non è facile. Gestire, cioè, l’aspetto psicologico del paziente, oltre al nostro, diventa pesante".

In primavera l’appello a non presentarsi in Ps in caso di sintomi, oggi invece?
"Il medico curante resta sempre il riferimento e sarà lo stesso a indicare il percorso più appropriato".

Arriva un paziente in ospedale: da quel momento cosa succede?
"C’è un pre-triage, una fase preliminare dove il soggetto viene sottoposto a una serie di domande: se ha avuto febbre, tosse, raffreddore. In assenza di questi sintomi, viene indirizzato nel percorso no Covid, che identifichiamo con il colore viola, a basso rischio, ma pur sempre con un livello di protezione base. Abbiamo avuto in passato un paziente con appendicite che, dopo il tampone è risultato positivo. Era asintomatico".

Di fronte a una persona con sintomi invece?
"Si attiva il percorso Covid, l’arancione. Ogni percorso, comunque, porta ad ulteriori accertamenti che dovranno confermare o meno l’esattezza del primo esito".

E il tampone a chi viene fatto?
"Laddove c’è il forte sospetto del contagio e a tutte le persone che devono essere ricoverate. Nessuna esclusa".

Chi vi ringrazia, chi vi identifica giustamente ancora come eroi, c’è ancora?
"Sì, tanti. Abbiamo previsto, ad esempio, un piccolo ristoro per chi resta ore e ore in attesa al Pronto soccorso e la cosa è stata molto apprezzata. Piccole cose, insomma, ma che riempiono il cuore".

Negazionisti?
"Al momento? No, non ne ho conosciuto nessuno fino a oggi...".



































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