Quando il Barbotto era la strada delle miniere

Quello che oggi rappresenta il simbolo del ciclismo era una scorciatoia per poter trasportare i pani di zolfo. Ci sono passati Coppi, Bartali e Pantani.

Quando il Barbotto era la  strada delle miniere

Quando il Barbotto era la strada delle miniere

Forse non tutti sanno che il Barbotto fu realizzato (nel 1866) dai proprietari delle miniere di zolfo per sfruttare una scorciatoia diretta per trasportare da Perticara i pani di zolfo alla stazione di Cesena (da poco realizzata), evitando il tratto più lungo della dorsale che scende a Sogliano fino a Savignano alla via Emila per Cesena. Da strada delle miniere è diventata, nel tempo, simbolo del ciclismo epico, a tutti livelli: "Qui convien lasciare ogne sospetto; ogne viltà convien che qui sia morta" è stato scritto, quando ancora la strada era bianca e completarla, senza scendere dalla bici, era impresa non di poco conto. Oltre che la "regina" delle manifestazioni cicloturistiche ("Nove colli" in particolare) è stato anche teatro di numerose tappe del Giro d’Italia (l’ultima nel 2020) ed oggi anche il passaggio della tappa del Tour de France. Un logorante percorso di circa 5 km, a 515 metri sul livello del mare, con pendenze mozzafiato che vanno dal 7 al 19% su cui persino i grandi Coppi, Bartali, Merckx, Pantani si sono cimentati. Per questo il Barbotto rappresenta l’esame di maturità per qualsiasi ciclista. Nel 1954 vi transitò il XXXVII Giro d‘Italia e, nel duello fra tifosi di Coppi e Bartali, un mercatese raccontò che nell’ultimo strappo del Barbotto, nella curva dove si raggiunge il massimo dello sforzo, Coppi con grande naturalezza teneva con una mano il manubrio e con l’altra una banana. Quell’episodio lasciò tutti di stucco. Oggi che quelle curve sono state addomesticate, l’asfalto ha cancellato qualsiasi impurità sulla carreggiata e i cambi di velocità permettono di azionare rapporti cortissimi, il Barbotto non rappresenta più quell’ostacolo insormontabile.

Edoardo Turci