Processo Carife, Sergio Lenzi e l’avvocato Massimo Mazzanti (Foto Businesspress)
Processo Carife, Sergio Lenzi e l’avvocato Massimo Mazzanti (Foto Businesspress)

Ferrara, 29 gennaio 2019 - «Gli amministratori di Carife sono stati corretti e non hanno giocato a nascondersi». Il crollo della Cassa estense, secondo gli avvocati Massimo Mazzanti e Marina Gionchetti, va inserito in un contesto economico «dinamico» e non soltanto nel ruolo giocato dal loro assistito, l’ex presidente Sergio Lenzi, nell’ambito di quell’aumento di capitale giudicato dalla procura l’origine di ogni male. Siamo alle battute conclusive del primo processo sul crac della banca. Per Lenzi i pm Barbara Cavallo e Stefano Longhi hanno chiesto una pena di sette anni e quattro mesi. La difesa dell’allora ‘numero uno’ parla per ultima in aula. E lo fa sia entrando nel merito dei singoli capi di imputazione che delineando uno scenario più ampio rispetto alla singola operazione e alle contestazioni mosse nei confronti degli undici imputati. «Il funzionamento della Carife di quegli anni – spiega Mazzanti – deve essere inserito nella difficile situazione economica che stava attraversando l’intero Paese. Le banche erano in forte difficoltà e a questo sono dovute l’impossibilità o la lentezza dei vertici di Carife nel compiere certe azioni, non certo a una loro ritrosia».

Insomma, secondo la difesa di Lenzi, il problema non è degli amministratori di corso Giovecca ma «di sistema». Al momento del commissariamento, precisa il legale, «la banca è in difficoltà, ma ancora sana. In poco più di due anni lo scenario muta radicalmente». Ciò significa che le normative di sistema per gestire le crisi delle banche «non sono adeguate». La conseguenza diretta di questa riflessione è che lo stesso «sistema di vigilanza non ha funzionato». Senza contare le radici profonde dei problemi della Cassa. Il dissesto, affonda il legale, deve essere analizzato in una prospettiva «di medio periodo, non riducibile a una istantanea». Ci sono «aziende ferraresi che hanno fatto buchi mostruosi» e alle spalle ci sono «le vicende Siano e Coopcostruttori». Insomma, Carife ha «subìto i colpi avversi dell’economia ma non ha avuto amministratori irresponsabili». Da qui il ritratto di un Lenzi «galantuomo, corretto e di solidi principi» che «non ha voluto vendere le proprie azioni perdendo tutto». Al punto che, chiosa l’avvocato Gionchetti, «non dovrebbe sedere qui (al banco degli imputati, ndr) ma là dietro, insieme alle parti civili». L’ex presidente «voleva soltanto salvare la banca e l’ha guidata per tre anni, nel momento peggiore, con disponibilità e buona fede».

Qualche parola viene spesa anche sul comportamento processuale dell’ex presidente. L’avvocato Gionchetti, dopo aver respinto la definizione dell’aumento di capitale come un’operazione «carta su carta», come lo ha descritto la procura, definisce «di livello» l’atteggiamento di Lenzi. «È stato presente a ogni udienza – conclude il legale – e ci ha messo la faccia. Questo perché è sicuro di non avere fatto nulla» di sbagliato.