Macerata, 14 marzo 2019 - Un disturbo border line grave, a cui si era aggiunta una polidipendenza dalle droghe. «La ragazza aveva momenti di lucidità, ma non sapeva rapportarsi alla realtà. Parlavamo di riprendere gli studi, era interessata alla criminologia, poi magari un’altra volta mitizzava le devianze e diceva di voler fare la escort di lusso». Così era Pamela Mastropietro quando arrivò alla Pars, secondo lo psichiatra Giovanni Di Giovanni, che iniziò lì con lei un percorso terapeutico. In comunità la 18enne prendeva benzodiazepine e antidepressivi, «ma soprattutto facevamo psicoterapia. Avevamo pensato agli studi da riprendere, era un programma con obiettivi che avevano un significato emozionale. Poi però il 26 dicembre venne riferito che si induceva il vomito e si era fatta delle lesioni. Tra il 26 dicembre e il 7 gennaio ebbe un momento di crisi».

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Il procuratore capo Giovanni Giorgio e il sostituto Stefania Ciccioli hanno indicato alla corte la cartella clinica della ragazza, che aveva iniziato con l’alcol a 12 anni, e a 14-15 anni con cannabis, eroina e cocaina. «Ci parlò della prostituzione, dello spaccio, dei furti – ha proseguito lo psichiatra –, tutti sintomi della sindrome border line». Allo psichiatra è stato chiesto del fatto che la perizia sul capello abbia rilevato l’assunzione di morfina, codeina e metadone due mesi prima della morte, quando la 18enne era già in comunità, visto che era entrata alla Pars a ottobre.

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«Ma non prendeva metadone – ha assicurato lui –, e ci sono controlli terribili all’ingresso, più rigidi di quelli dei carabinieri: non poteva entrare alcuna sostanza». L’avvocato Verni ha citato però il caso di un ospite morto di overdose in comunità. Il giorno della fuga, Pamela aveva avuto un litigio acceso con un operatore. «Ma ci avevo parlato il 27 per telefono, eravamo sempre in contatto» ha detto lo psichiatra. Rispondendo all’avvocato Verni, Di Giovanni ha detto una prima volta che la ragazza era in condizioni patologiche evidenti a chiunque, poi invece ha aggiunto che aveva momenti di lucidità. «Non c’è traccia di questo colloquio telefonico il sabato prima della scomparsa di Pamela – ha commentato poi l’avvocato Verni – e non si sa cosa si sarebbero detti: di fatto lui non sa in quali condizioni fosse quando è fuggita. Ha ammesso anche lui che era instabile e che quel giorno aveva avuto un litigio molto acceso». Questo aspetto è rilevante per valutare il comportamento dei due uomini che la incontrarono dopo la fuga e che ora sono indagati per violenza sessuale.

p. p.