Reggio Emilia, 6 novembre 2018 - «Non è il tipo che scappa, Francesco Amato. Credo che stia facendo qualche cosa, poi rientrerà, in modo teatrale, com’è nel suo stile», aveva detto pochi giorni fa al Carlino il suo avvocato, Franco Beretti. E, di sicuro, teatrale lo è stato. Francesco Amato, 55enne nato a Rosarno (in provincia di Reggio Calabria, 145 chilometri lontano da Cutro), vive da circa trent’anni a Cavazzoli. È uno dei principali imputati del processo Aemilia, condannato il 31 ottobre scorso a 19 anni e un mese di reclusione, con l’accusa di essere uno degli organizzatori dell’associazione ‘ndranghetistica in Emilia. Assieme al fratello Alfredo, secondo i magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Bologna, era «costantemente in contatto con gli altri associati (e con la famiglia Grande Aracri) in particolare per la commissione su richiesta di delitto di danneggiamento o minaccia a fini estorsivi».

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Un volto già molto conosciuto dalle forze dell’ordine, però, quello di Francesco Amato (video), afflitto da una grave malformazione alla mano destra: nel 2003 era già stato arrestato all’interno dell’operazione Edipiovra, in cui era stata smantellata un’organizzazione dedita alle estorsioni nei confronti di imprese edili gestite da calabresi in Emilia. Per lui, però, nel corso del processo erano decadute le aggravanti mafiose ed era stato condannato a pochi anni di reclusione per una estorsione (pena già espiata). 

Tra le sue ossessioni, da anni però, c’era il radicamento islamico all’interno delle carceri italiane. Già nel 2004, nelle carte di Edilpiovra, si legge tra le sue dichiarazioni: «L’antimafia e il terrorismo camminano insieme, sono sullo stesso livello. Io volevo dire alla dottoressa (Melotti, ndr) che nel 2002 c’era l’istigazione da parte di extracomunitari arabi nei nostri confronti che se vogliamo il processo giusto, dobbiamo usare l’arma che usano loro, i kamikaze, contro voi altri Io sono italiano e difendo la mia terra... ».

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Nel 2016, all’inizio del processo Aemilia, Amato aveva affisso un cartellone provocatorio davanti al tribunale di Reggio, scritto a pennarello e pieno di invettive contro gli islamici. E, sempre durante la prima udienza del 23 marzo 2016, si era alzato in piedi e aveva cominciato a gridare in aula: «Delrio è implicato nel terrorismo, così come la Masini (ex presidente della Provincia, ndr) e il prefetto. Volete che i bambini italiani saltino in aria? Bravi comunisti». Era poi stato portato via, a seduta quasi chiusa.

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Anche nelle udienze della fase preliminare, che si erano svolte a Bologna, era più volte intervenuto sostentendo poi che il pm Marco Mescolini fosse incompatibile perché «è stato denunciato da me», senza tuttavia spiegare meglio i contorni della vicenda.
Nel corso del processo si era poi autodenunciato in aula definendosi l’autore di quel manifesto fuori dal tribunale in cui, diceva, «era anche contenuto il nome dell’autore delle presunte minacce al presidente del tribunale di Reggio Cristina Beretti», per le quali sono state arrestate nelle scorse settimane due persone, tra le quali un sacerdote.