MARIA CRISTINA MUCCIOLI
Cosa Fare

Fogheracce dove a Rimini: la primavera è in arrivo

Una tradizione che non tramonta. Quest’anno il Comune ha dato l’ok in quattro zone della città. Si cominciano già a vedere, qua e là, mucchi di sterpi e di legna che crescono di giorno in giorno

I volontari del Comitato turistico e del Circolo Nautico preparano la fogheraccia di Viserba

I volontari del Comitato turistico e del Circolo Nautico preparano la fogheraccia di Viserba

Rimini, 12 marzo 2024 – I preparativi sono già in corso, come da tradizione: un rito che non vuole morire, quello della fogheraccia, che ha rischiato di scomparire quando, qualche anno fa, Comune e questura avevano dato l’ultimatum, soprattutto per l’impatto ambientale.

Quest’anno, invece, solo a Rimini ne vengono autorizzate quattro, una al Porto e le altre a Viserba, Viserbella e Torre Pedrera con regole severe su sicurezza e tipologia di legna che si può bruciare.

La tradizione, molto sentita in tutta la Romagna, è stata celebrata anche in una celebre scena di ‘Amarcord’, il capolavoro di Fellini. Proprio come in un film: si iniziava già molti giorni prima del 18 marzo, con l’attenzione con cui si allestisce un set cinematografico.

In questo periodo, infatti, cominciavano a vedersi, qua e là, mucchi di sterpi e di legna che crescevano di giorno in giorno.

Non solo in aperta campagna: bastava uno spiazzo libero sulle strade, una piazzetta o un cortile di parrocchia. È una rappresentazione che si ripete da tempo immemorabile e cambia nome in base ai luoghi: a Rimini è fogheraccia o focheraccia (in dialetto ‘fugaràza’), mentre verso Cesena si parla di focarina o ‘fugaréina’.

Gli storici del folclore spiegano che il rito è un avanzo di costumi pagani in onore di Marte che, nei tempi primitivi di Roma, era il dio della campagna e della vegetazione.

Pur se con nomi diversi, la sostanza non cambiava: la sera del 18 marzo, appena dopo il tramonto, si cominciava a sentire odor di fumo e a vedere numerosi fuochi che si accendevano, non sempre con tempi sincronizzati: chi consumava il rito appena dopo la cena, chi invece ne approfittava per trasformare il tutto in una sorta di barbecue alla romagnola, con salsicce, costine e l’immancabile sangiovese.

La ‘fugaràza’ era sempre un momento di ‘gazòja’ (gioia e festa insieme) per grandi e per bambini. "A Viserba, nel breve tratto della via Pallotta tra il lungomare e la ferrovia – racconta Rolando, bambino negli anni ‘50 – avevamo ben due falò, preparati da bande nemiche. Facevamo a turno a vigilare, i giorni precedenti, affinché i ragazzi dell’altro gruppo non venissero a rubarci la legna o, peggio, a darle fuoco anzitempo. Raccoglievamo di tutto, dai rovi agli scarti delle potature. La gara era anche per chi faceva la fogheraccia più alta e duratura, tanto che la mattina dopo si controllava se ancora qualche brace fosse accesa".

C’erano gesti tramandati da generazione in generazione, come il salto delle braci tentato dai giovanotti per far bella figura con le ragazze.