Rimini, 4 dicembre 2017 - Un ergastolano con le capacità di un bambino, e per questo reso libero dalla Giustizia. Il duplice omicida Dritan Demiraj lascerà l’Italia, la sua famiglia sta già organizzando il suo ritorno in Albania, dove stanno cercando una sede adatta ad accoglierlo. Non solo. Ma dal momento che a ridurlo così è stato un pestaggio in carcere, il suo avvocato, Massimiliano Orrù, si dice pronto a chiedere i danni allo Stato per le condizioni in cui hanno ridotto il suo cliente.

Una storia ‘nera’ degna di un film, quella che vede protagonista il pasticciere albanese, autore di due efferati delitti. Quello dell’ex compagna, Lidia Nusdorfi, massacrata a coltellate alla stazione di Mozzate (Como), e del fidanzato della donna, Silvio Mannina, prima brutalmente torturato e poi gettato in una palude. Tutto per una vendetta legata a un tradimento. Nella mattanza, Demiraj aveva trascinato con sé anche la donna che frequentava in quel momento, Monica Sanchi (condannata a 30 anni e inchiodata in un letto d’ospedale per una malattia degenerativa), e lo zio, Sadik Dine, assolto in primo grado e condannato all’ergastolo in Appello.

La nemesi di Dritan era stato un ex pugile romeno che aveva incrociato nei corridoi del carcere di Parma, dove entrambi erano rinchiusi. Un bestione aggressivo che per qualche ragione ce l’aveva con l’albanese. L’aveva massacrato di pugni, e quando erano riusciti a strapparglielo dalle mani, Demiraj era già ridotto quasi a un vegetale. E’ stato in coma per molto tempo e tutti lo davano per spacciato. Ma lui ha riaperto gli occhi. Adesso riesce a stare seduto, ma la sua mente, a causa dei colpi ricevuti, percepisce solo l’attimo. Riconosce la famiglia e i medici, ma non ricorda nemmeno cosa ha fatto cinque minuti prima. Tantomeno di avere ammazzato due persone, e nessuno glielo ha detto.

Il suo processo pendeva in Corte d’Appello, ma essendo ridotto in quelle condizioni per la legge non può essere processato, ed è stato quindi dichiarato libero. Di qui la decisione dei genitori: tornerà in Albania. Per il pestaggio in carcere invece, c’è un’inchiesta aperta. «Siamo intenzionati a chiedere i danni – dice Orrù -, laddove l’inchiesta, come sembra, confermi le omissioni della sorveglianza, così come testimoniato da almeno una decina di detenuti che hanno messo in evidenza il ritardo dell’intervento degli agenti. Ma c’è anche il fatto che l’aggressore non avrebbe dovuto trovarsi lì. Quella era una zona ad alta sicurezza e il romeno invece era libero, mentre Demiraj stava andando a telefonare. Gli agenti di Polizia penitenziaria sono dipendenti dello Stato, e dunque dovrà essere lo Stato a pagare i danni».