Strage di Corinaldo. Ora anche tre imputati scrivono a Mattarella:: "Agito con correttezza"

Dopo la lettera di un papà di una giovane vittima al presidente della Repubblica, altra missiva firmata da alcuni componenti della commissione che diede l’ok al locale "Capirà con quale angoscia abbiamo vissuto insieme alle nostre famiglie questa onta".

Strage di Corinaldo. Ora anche tre imputati scrivono a Mattarella:: "Agito con correttezza"

Strage di Corinaldo. Ora anche tre imputati scrivono a Mattarella:: "Agito con correttezza"

"Illustrissimo presidente della Repubblica, ecco perché siamo stati sotto processo". Dopo la lettera scritta da Fazio Fabini, padre di Emma, una delle giovanissime vittime della strage di Corinaldo, che dichiarava di non aver avuto giustizia, anche la commissione di pubblico spettacolo, quella che diede i permessi alla discoteca Lanterna Azzurra di aprire, ha preso carta e penna per scrivere a Sergio Mattarella e inviare la missiva al palazzo del Quirinale. "Nel profondo e sincero dolore che tutti noi abbiamo vissuto come cittadini per il tragico fatto, riteniamo di aver agito con la massima diligenza, scrupolosità e correttezza nella funzione da noi svolta", hanno messo nero su bianco tre dei sei membri. Lo hanno fatto per esporre i fatti e i risvolti che per sei anni li hanno tenuti sotto accusa, fino alla sentenza di primo grado che è stata emessa lunedì scorso e dove sono stati assolti dai reati più gravi quali il disastro colposo e l’omicidio colposo plurimo.

In due pagine firmate da tre dei sei componenti della commissione di allora, l’ex sindaco Matteo Principi, il vigile del fuoco Rodolfo Milani e il responsabile del Sua Massimo Manna, ripercorrono tutto l’iter ad iniziare dal sopralluogo del 12 ottobre del 2017 quando hanno effettuato il sopralluogo alla Lanterna Azzurra. "Il comandante della polizia municipale, a pochi giorni dalla nomina, aveva richiesto un controllo scrupoloso – scrivono i tre della commissione – dell’unica discoteca presente nel Comune di circa 4.500 abitanti. Come è noto e come è emerso dal processo, la notte tra il 7 e l’8 dicembre 2018, in una discoteca che poteva ospitare nella sala principale 459 persone, personale compreso, erano presenti a detta di molti testimoni, della Siae e dei 1.200 verbali di sommarie informazioni, più di 1.500 persone mentre molte altre, più di mille, si apprestavano ad entrare. La tragedia è avvenuta quando un gruppo di giovani provenienti da fuori regione, avendo saputo della probabile ampia affluenza per l’esibizione di un famoso cantante, ha spruzzato dello spray con intento predatorio. Ciò ha scatenato un esodo di massa incontrollato e, a differenza di altre situazioni verificatesi in Italia, l’esito è stato infausto. E per quale ragione? In base alla ricostruzione fatta dai nostri difensori a dibattimento, acquisiti tutti 11.200 verbali di sommarie informazioni testimoniali, né il responsabile della sicurezza né i buttafuori presenti quella sera hanno provveduto ad aprire le cinque porte di sicurezza né le ulteriori quattro porte presenti nell’intera struttura. I buttafuori, piuttosto che indirizzare i ragazzi verso le uscite, li hanno invitati a raggiungere l’uscita per i fumatori dove poi si è consumata la tragedia".

Circostanze queste che i firmatari sottolineano "sono state accertate nel corso del dibattimento durato due anni e 44 udienze durante le quali sono stati sentiti 85 testimoni di cui 8 periti della pubblica accusa e delle parti civili e 43 testimoni di cui 10 consulenti di parte delle difese". "Capirà Presidente con quale angoscia noi rappresentanti dello Stato con alle spalle tanti anni di servizio, abbiamo vissuto insieme alle nostre famiglie questa onta, fin dal momento in cui la procura della Repubblica di Ancona ci ha iscritto nel registro degli indagati. Ci siamo permessi di inviarle questa lettera dopo essere venuti a conoscenza dalla stampa che il padre di una delle vittime si era rivolto a lei dopo la lettura della sentenza. La circostanza che la sentenza non sia coerente alle attese non può essere ragione di delegittimazione della giurisdizione e dei suoi esiti. I fatti e la verità dei fatti sono la misura di quanto la pronuncia di assoluzione sia fondatamente pervenuta".