Il direttore della Terapia intensiva del Sant'Orsola Andrea Zanoni
Il direttore della Terapia intensiva del Sant'Orsola Andrea Zanoni

È passato poco più di un mese da quando nella terapia intensiva Covid del Sant’Orsola venivano assistiti solo tre malati. Poi, giorno dopo giorno, la progressiva risalita dei pazienti più gravi. E oggi alla degenza ordinaria, dove ci sono 47 malati, potrebbero essere aggiunti altri 10 letti.

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Quanti posti sono occupati attualmente in terapia intensiva?
"Dodici su una disponibilità di quattordici, anche se più tardi probabilmente dimetto una persona", risponde il direttore Andrea Zanoni.

Il numero degli intubati?
"Otto, con una bassa età media. Quattro pazienti tra i 50 e i 60 anni, tre fra i 60 e i 70 e uno sopra i 70". 

Nessuno è vaccinato?
"Tra i dodici, solo un sessantaduenne, con doppia dose: è stato colpito da una polmonite molto grave anche se non aveva altre malattie. Può capitare, perché la profilassi copre tra il 95 e il 98 per cento: quindi, diciamo che un 2 per cento può finire in Rianimazione".








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Se lo sarebbe aspettato?
"Così presto no. Ma vista la quantità di contagi che si registra in questo periodo, un caso del genere può rientrare in quelle percentuali. Mi preoccuperei se questi numeri si alzassero".

È il suo timore?
"Gli esperti dell’Università prevedono che il picco dei contagi arriverà verso il 7 settembre e quindi si alzeranno anche i ricoveri. Del resto ora assistiamo i pazienti colpiti dal virus in seguito agli assembramenti di luglio e il prossimo mese arriveranno quelli di agosto. E non dimentichiamo che la variante Delta è molto più contagiosa del virus originario di Wuhan".

La maggiore contagiosità della variante Delta ha conseguenze sui ricoverati?
"Sì, perché ricoveriamo nuclei familiari interi. Abbiamo due coniugi in terapia intensiva e il figlio in degenza ordinaria, più un’altra coppia sempre in rianimazione. È la dimostrazione che il virus ha circolato molto in famiglia".

Se sarà necessario, quindi, aumenterete ancora il numero dei posti letto?
"Certo, come è già successo. A marzo in area critica eravamo arrivati a 104 posti. Ma c’è una riflessione da fare".

Quale?
"Noi possiamo aggiungere letti, però quando si aprono maggiori spazi per un’unica patologia, poi se ne rimandano altre, che non restano certo ferme. Insomma, chi sta bene non se ne accorge, ma chi ha bisogno di interventi o di visite sa che gli appuntamenti slittano. Verso i no vax ideologici non alzerei barriere: peggiorano la situazione. Spiegherei, invece, che la scelta di non vaccinarsi alla fine va a limitare la libertà degli altri, come chi soffre di malattie evolutive, perché è costretto a rimandare le cure. Se, invece, la pressione del Covid non aumenterà ulteriormente sugli ospedali, allora potremo mantenere anche le altre attività. Per questo è importante la vaccinazione".

È un argomento che affronta con i suoi pazienti?
"Non conosco le motivazioni della mancata immunizzazione dei nostri ricoverati: sono già angosciati e non avvio il discorso. Di alcuni sappiamo qualcosa in più dalla cartella clinica, dove sono raccolti i dati anamnestici. Tuttavia, ormai un’idea ce la siamo fatta".

Vuole condividerla con noi?
"Per la maggior parte di loro è una questione di disinformazione. Magari hanno avuto delle lievi reazioni allergiche a precedenti vaccini, oppure temono malattie tromboemboliche se sono stati colpiti da piccoli ictus o infarti o alcuni precedenti neurologici: per questi motivi non si vaccinano, forse anche perché qualcuno li ha mal consigliati. Sono disinformati e spaventati, ma non sono no vax".

Che cosa si potrebbe fare per questa categoria di persone?
"L’unica soluzione è una maggiore informazione. E si potrebbe istituire un numero verde a cui si potrebbero rivolgere per i loro dubbi, in modo da avere risposte corrette".























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