PAOLA PAGNANELLI
Cronaca

Omicidio di Rosina, madre e figlio volevano fingere l’incontro con un pusher

La Procura, l'ultimo depistaggio: così pensavano di costruire un alibi per Enea. Arianna intercettata: "Dovevo simulare meglio l’effrazione e lasciare impronte"

Arianna e il figlio Enea

Arianna e il figlio Enea

Macerata, 14 febbraio 2021 - "Una frenetica attività difensiva" per sviare le indagini, arrivando addirittura al punto di cercare degli spacciatori da coinvolgere come alibi. Anche questo elemento ha fatto sì che Arianna Orazi ed Enea Simonetti fossero arrestati, all’alba di venerdì, con l’accusa di essere lei la regista, lui l’esecutore dell’omicidio premeditato della 78enne Rosina Carsetti.

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"Spietatezza, freddezza, nessuna resipiscenza", dice il giudice Giovanni Manzoni, nel disporre gli arresti per madre e figlio. Dalla sera del delitto, commesso per l’accusa tra le 17 e le 17.20 del 24 dicembre, i carabinieri e la procura hanno messo sotto controllo i cellulari dei familiari della vittima, intercettando anche le loro conversazioni in casa, in auto, in albergo e in caserma. Grazie a questo monitoraggio costante, sarebbe emerso un tentativo fatto da Enea Simonetti. Il ragazzo, sentito la sera del 24 dicembre, aveva detto in un primo momento che quel pomeriggio era andato a vedere degli immobili a Macerata. Poi si era corretto, dicendo che la madre, poco prima delle 18, lo aveva mandato a fare la spesa al supermercato.

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Le telecamere , però, lo riprendevano per un’ora e mezzo fermo nel parcheggio. A fare che cosa? La tesi degli inquirenti, in sostanza, era che il ventenne si stesse precostituendo un alibi: lui era fuori, mentre il rapinatore entrava nella villetta di via Pertini, a Montecassiano, uccideva la nonna, legava madre e nonno, prendeva duemila euro e poi scappava. Il ragazzo ha detto allora che era rimasto nel parcheggio per guardare dei video al cellulare. Ma un’ora e mezza chiuso in auto la sera della vigilia di Natale sembrava una cosa singolare. A un certo punto, allora, è venuta un’idea agli indagati: dire che Enea doveva incontrarsi con uno spacciatore, che però non si era presentato; lui non lo avrebbe detto subito, perché poco propenso a rivelare questa sua dipendenza alla madre.

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A questo scopo, i carabinieri hanno seguito Enea, che raggiungeva un amico e gli chiedeva i numeri di telefono di due spacciatori di hashish loro conoscenti; poi gli avrebbe chiesto anche una canna, visto che avrebbe dovuto fare il test del capello e dimostrare di essere un assuntore di hashish. Ma questo tentativo sarebbe stato scoperto non soltanto dagli inquirenti, ma anche dal ragazzo, che avrebbe stoppato il progetto di Enea. A questo proposito il giudice per le indagini preliminari Giovanni Manzoni parla di "frenetica attività difensiva" messa in atto dagli indagati, allo scopo di inquinare le prove: un elemento che ha pesato nel fare partire per madre e figlio la misura cautelare in carcere. Oltre a questo, le intercettazioni hanno rivelato come Arianna ed Enea seguissero gli sviluppi delle indagini e pensassero di conseguenza a come ricalibrare le loro parole e la loro linea difensiva. Parlando con il figlio, la madre si rammarica di non avere simulato meglio l’effrazione, di non avere lasciato ad esempio impronte fuori dalla porta finestra da cui, secondo loro, era entrato il malvivente. Si rammarica anche di non avere narcotizzato i cani, quando tutti i vicini confermano che quegli animali abbaiavano, ogni volta che qualcuno si avvicinava. Poi, Arianna avrebbe dato delle precise indicazioni al padre Enrico, in preparazione all’intervista rilasciata a una trasmissione televisiva. Un grande impegno, insomma, affinché la tesi della rapina in casa fosse creduta anche da altri. Invece, forse l’unico a prenderla per buona – o almeno per possibile – è stato il loro difensore.