Reggio Emilia, 7 novembre 2018 - Un paio di jeans, una camicia scozzese aperta e una t-shirt verde sotto. Sopra, un giacchino di pelle nera. E all’orecchio un auricolare bianco. Anche l’outfit non era casuale. Sembrava quasi «un amico», Antonello Sias, 40 anni, maresciallo maggiore in forza al nucleo investigativo dell’Arma dei carabinieri del comando provinciale di Reggio Emilia. Era lui l’unico autorizzato a parlare, a gesticolare e a sbracciarsi davanti alla vetrata con Francesco Amato, il 55enne condannato a 19 anni nel processo Aemilia per associazione mafiosa, che lunedì si è barricato per otto ore all’interno di un ufficio postale nella periferia del capoluogo reggiano, tenendo in ostaggio cinque persone dalle 8,30 alle 16.45.

E se Amato si è convinto a terminare (video) il suo folle gesto, il merito è soprattutto di Sias, negoziatore specializzato. Tant’è che al colonnello Desideri sono arrivati i complimenti del Ministro Trenta che proporrà al generale dell'Arma dei Carabinieri, Giovanni Nistri, l'Encomio, da estendere a Sias e agli uomini che hanno preso parte all’operazione. Intanto la procura, per bocca di Marco Mescolini, spiega che «cosa sia successo (nei 5 giorni di latitanza di Amato; ndr) è quasi impossibile saperlo ora. Faremo accertamenti». 

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Maresciallo Sias, ci racconti questo lunedì infinito. Quando è entrato in azione? 
«Sin da subito. Quando il colonnello Cristiano Desideri ha capito che la situazione era critica, mi ha chiamato ad intervenire sul posto per gestire la trattativa assieme a due collaboratori, Andrea Nencioni e Gesuino Becciu». 

Uno dei primi gesti che ha fatto è stato alzare la braccia davanti alla vetrata. 
«Il primo approccio è quello volto a instaurare un dialogo con quello che noi negoziatori chiamiamo offender, ossìa il sequestratore. Quindi allargando le braccia gli stavo facendo capire che poteva fidarsi, di stare tranquillo e sereno. E che nessun voleva fargli del male. Che poi è la verità. Durante un sequestro, comunque il primo protagonista a cui dedicare attenzioni da parte nostra, è il sequestratore stesso». 

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Ha sortito effetto?
«All’inizio non molto. Comunicare attraverso la vetrata era complicato. Il modo in cui si dialoga è fondamentale. Perciò ho telefonato sul numero interno dell’ufficio postale. Il primo contatto è stato questo. E qui ha fatto la sua richiesta». 

Ossìa?
«Voleva parlare solamente col ministro Salvini. Tutto il resto diceva di non interessargli». 

Come ha motivato la richiesta?
«Riteneva ingiusta la condanna nel processo Aemilia. E diceva che l’unica persona a poterlo ascoltarlo fosse Salvini, perché lo ritiene uno dei pochi in grado di cambiare l'Italia. Inoltre a lui già aveva fatto pervenire lettere e messaggi in cui denunciava il pericolo di radicalizzazione all'interno delle carceri».

Qual erano il tono e l’atteggiamento di Amato inizialmente?
«Era abbastanza tranquillo e non era minaccioso. Tant'è che consentiva senza problemi agli ostaggi di parlare coi familiari attraverso telefonate o messaggini. Un aspetto che ci ha consentito anche da fuori di sapere al dettaglio cosa stesse accadendo fuori. Anche se poi abbiamo detto loro di limitarsi con le comunicazioni, per evitare che l'uomo si indispettisse o innervosisse. Però Amato sulla sua richiesta era irremovibile, confermata nella seconda telefonata. Alla terza, ha cominciato a spazientirsi e ha dato ordine alla direttrice che teneva in ostaggio di staccare il filo del telefono. Voleva solo Salvini».

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E a questo punto?
«Strategicamente abbiamo mollato la presa per calmarlo. Poi l’ho convinto a riattaccare il telefono tramite il citofono. Non gli ho raccontato bugie, perché è rischioso e ad un certo punto me ne avrebbe chiesto conto. Anzi è fondamentale ascoltare nel nostro ruolo. E fargli capire che comprendiamo seppur non condividendo. Così ho detto che sarebbe stato difficile portare il ministro da lui. Anche perché, se fosse venuto davvero, si sarebbe creato un precedente da emulare. Inammissibile. Lui però non voleva saperne e ad un certo punto ha detto: "Va beh ma tanto può prendere un elicottero e venire qui..."».

Salvini è stato informato? 
«Sì, l'informativa è stata data dai miei superiori a Roma, al comando generale. E da lì è poi stata girata al capo di gabinetto o chi per il ministro. Ma ripeto, non è mai stata presa in considerazione l'ipotesi di far giungere il ministro a Reggio Emilia. Sarebbe stato un pericoloso e scomodo precedente».

E alle 13,30 si è raggiunto il picco massimo della tensione...
«Amato si è accorto che attorno all’ufficio c’era un po’ di movimento da parte delle forze speciali. E si è adirato. Ha cambiato atteggiamento, un po' anche per intimorire noi fuori. Ha impugnato il coltello in modo minaccioso e ha ordinato all’unico impiegato uomo tra gli ostaggi di sedersi davanti a lui. E gli ha puntato il coltello alla schiena. Era diventato paranoico. Diceva continuamente "voi adesso mi fate l'assedio". L'avrà ripetuto dieci volte. E vedeva movimenti ovunque, anche laddove non ci fossero realmente. E ha specificato: "Se mi fate l'assedio, qui si fa male davvero qualcuno". Così la trattativa si è raffreddata e anche noi abbiamo aspettato un attimo prima di parlargli. Da qui in poi non è dipeso solo da me. La situazione era critica, perciò si è formato una sorta di comando di negoziazione formato in prima battuta dal comandante dei Gis, poi dal coordinatore dei negoziatori che decodificava il mio linguaggio di segni e gesti, dal generale Domizi, dal colonnello Desideri, dalla Procura e infine dal Prefetto». 

Qui il blitz è stato vicino?
«Sì, bastava un gesto inconsulto da parte di Amato e i Gis sarebbero entrati in azione. Anche perché qui conta anche l'eventuale reazione dell'ostaggio. Se avesse anche solo tentato di divincolarsi, si sarebbe fatto male andando all'indietro dove gli era stato puntato il coltello. La variabile impazzita c'è sempre e bisogna metterla in conto. Le forze speciali infatti avevano già studiato e pianificato tutto nei dettagli ed erano pronte fin dal mattino, aspettavano solo un ordine e il blitz è sempre stata un'ipotesi in piedi durante l'arco delle otto ore».

Tanti si sono chiesti perché aspettare otto ore davanti a un solo uomo con problemi alla mano, armato di coltello e con cinque ostaggi in un ufficio?
«Nell’immaginario collettivo i Gis buttano due flashbang, fanno irruzione e in due minuti arrestano il cattivo. Sì, è vero. Sono specializzati in questo. Ma non sono solo questo. Sono anche negoziatori. Che hanno come priorità che nessuno si faccia male. Il blitz è sempre l’ultima soluzione da applicare in extremis».

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E alla fine come l’ha convinto?
«Passato l'apice della crisi nervosa, Amato ha cominciato ad avere un crollo psicologico. Qui ho capito di avere la sua fiducia e di poter entrare un po’ più nel suo intimo. Sapevo della sua religiosità grazie a colleghi che lo conoscevano dalle indagini di Aemilia e ho sfruttato questo a mio favore. Ho toccato le corde più sensibili e alla fine l'ho convinto». 

Gli ha fatto la «predica»?
«Più o meno sì (ride, ndr). Gli ho detto che se fosse un buon cristiano non avrebbe preso in ostaggio persone che non c’entravano nulla coi suoi problemi. L'ho fatto riflettere e lui ha capito. Si è reso conto e poi ha annunciato che avrebbe rilasciato tutti. E che infine si sarebbe consegnato a noi. E così ha fatto. Li ha lasciati uscire uno per uno, ha consegnato il coltello alla direttrice, la quale lo ha poi lanciato una volta fuori e poi si è fatto arrestare».

E una volta in manette le ha detto qualcosa? 
«A suo modo si è scusato. Ha detto che non voleva fare del male a nessuno. Poi è chiaro che a bocce ferme, si può dire ciò che si vuole. E si è reso conto che il dialogo fra noi era vero. Nessuno voleva fargli del male. E gli abbiamo raccontato la verità durante la trattativa». 

E qui, la liberazione. Lei è sempre stato fiducioso oppure ha avuto qualche momento in cui ha pensato: "Qui finisce male"? 
«Sono sincero: ho sempre avuto fiducia. Fin dal mattino, secondo quanto ho studiato, ho avuto riscontri favorevoli sul fatto che si potesse risolvere senza feriti. E così effettivamente è finita. Sì, certo, è normale che in alcuni momenti sorgano pensieri negativi, ma non ho mai pensato potesse accadere qualcosa di irreparabile. Diciamo che tutto ha funzionato bene».

Come si diventa negoziatori?  
«Questa figura è nata relativamente da poco, nel 2006. Ed è esclusiva dell'Arma dei Carabinieri al momento. Così, nel 2010 ho fatto il corso a Velletri all'istituto superiore di tecniche investigative dove ho avuto come insegnanti i negoziatori di secondo livello del Gis. Il nostro ruolo è quello di facilitare le comunicazioni e di gestire modi e tempi attraverso tutta una serie di tecniche, molte di queste ovviamente psicologiche». 

Prima di questo sequestro, era già stato chiamato in azione? 
«Sì, Nel 2012 lavoravo a Milano prima di arrivare a Reggio nel 2016 dove sono l'unico negoziatore in forza in tutto il comando. Ho gestito la trattativa all'Agenzia dell'Entrate di Romano di Lombardia, nel bergamasco, dove un uomo si era barricato tenendo un ostaggio». 

Il Ministro Trenta ha detto che proporrà al generale Nistri l'Encomio per coloro che hanno partecipato all'operazione. E dunque in primis per lei.  
«Fa ovviamente piacere, anche se spero sempre che queste cose non accadano mai. Purtroppo possono capitare, l'importante è che si risolvano nel migliore dei modi. Come del resto lunedì. E questa è stata già di per sé una grande soddisfazione». 

Ha dormito ieri notte? 
«Sì, tutto sommato sì. L'adrenalina c'era, anche se nel corso ci insegnano soprattutto a controllare situazioni ed emozioni. Le sensazioni che si vivono sul posto restano addosso, del resto il coinvolgimento emotivo è indispensabile. Ma è fondamentale non lasciarsi trascinare».