L’arresto di Guerling Butungu
L’arresto di Guerling Butungu

Rimini, 13 dicembre 2019 - La Corte di Cassazione ha messo la pietra tombale sugli stupri di Miramare. L’ultimo ricorso di Guerlin Butungu, il capo del branco feroce che seminò il terrore nell’estate del 2017, si è chiuso ieri pomeriggio con un verdetto di inammissibilità. Il congolese dovrà quindi scontare i 16 anni di carcere che gli erano stati inflitti in primo grado dal Tribunale di Rimini, poi confermati in Appello. Ieri a Roma, c’erano l’avvocato Maurizio Ghinelli, parte civile per i due ragazzi polacchi e per il Comune di Rimini, e i legali di Regione e Ausl. "Ero tranquillo, sicuro che sarebbe finita in questo modo – commenta a caldo Ghinelli – un mese fa il collega Enrico Graziosi e io avevamo presentato una memoria in cui spiegavamo le ragioni per cui il ricorso presentato dall’avvocato di Butungu (ieri assente, ndr) era da ritenersi inammissibile o quantomeno infondato. E la Corte di Cassazione si è pronunciata in questo senso".

L’orrore di quella notte avrebbe fatto il giro del mondo. Una bestialità senza precedenti che aveva scatenato una caccia serrata in due regioni. Era il 25 agosto, quando la strada di una giovane coppia polacca, aveva incrociato quella del branco. Composto da Butungu, da due fratelli marocchini e da un senegalese, e il primo era l’unico maggiorenne. Sono fuori di testa e in cerca di prede, e le trovano in loro. Il ragazzo viene massacrato di botte (riporterà anche il distacco della retina), mentre lei viene trascinata in spiaggia, picchiata e violentata a turno dai quattro delinquenti.

Dopo avere consumato lo stupro, se ne vanno in cerca di altre emozioni. Perché i quattro non sono ancora sazi. La loro terza vittima è una transessuale peruviana che puntano mentre stanno risalendo verso la Statale. Violentano anche lei, senza immaginare che sarà la testimone chiave per la loro cattura. Come tutti quelli abituati alla strada, anche la peruviana difficilmente dimentica un volto, per lei è una sorta di autodifesa. E agli investigatori non solo riesce a dare un identikit molto preciso dei quattro violentatori, ma anche a fornire particolari fondamentali alle indagini.

La caccia scatta subito ed è imponente. Gli inquirenti passano subito al setaccio le telecamere, e alla fine riescono a trovare le immagini in cui si vede il gruppo mentre sta camminando. Sono tranquilli, come se fossero in gita scolastica. Ma hanno i giorni contati. Quando i quotidiani pubblicano quelle immagini, i due fratelli marocchini, di 15 e 17 anni, si presentano alla Stazione dei carabinieri di Vallefoglia: "Siamo quelli di Rimini che stanno sui giornali" confessano ai militari. Il terzo minorenne, un nigeriano che vive a Pesaro, viene preso poco dopo nei pressi della stazione ferroviaria.

All’appello manca solo lui, Butungu, un congolese, di 20 anni, che aveva chiesto asilo politico ed era andato a vivere a Cagli. Sa che presto toccherà a lui, quindi fa le valigie in tutta fretta e prende il treno, diretto alla frontiera. Crede di essere ormai al sicuro, quando i poliziotti della Squadra mobile di Rimini lo scovano nello scompartimento e gli infilano le manette prima che possa rendersene conto. Addosso ha ancora l’orologio che ha strappato al ragazzo polacco che ha quasi ammazzato.

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