Ferrara, 9 ottobre 2018 - «Dall’ispezione in Carife è emerso come alcune sottoscrizioni azionarie fossero partecipazioni incrociate con altre banche. A Bankitalia questo non era mai stato comunicato. Per noi sarebbe stato meglio sapere della presenza di scambi di azioni così stretti: l’aumento di capitale risultava annacquato da questo ‘mutuo soccorso’». È il giorno della Banca d’Italia nel calendario del processo per l’aumento di capitale di Carife, procedimento che vede a giudizio undici persone con accuse che vanno dall’aggiotaggio alla bancarotta passando per il falso in prospetto e l’ostacolo alla vigilanza.

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A chiarire tutti i passaggi dalla prima ispezione di via Nazionale fino ai mesi immediatamente successivi all’operazione del 2011 è Carlo Di Salvo, il dirigente di Bankitalia che si è occupato della vigilanza cartolare sulla Cassa estense (una sorta di controllo ‘a distanza). La sua deposizione delinea le tappe del declino della Carife, dai primi accertamenti del 2009 fino alle conseguenze legate all’aumento da 150 milioni, ritenuto dall’accusa il preambolo del crollo. Di Salvo parte dalla prima ispezione, quella del 2009. L’esito è un «giudizio intermedio» e i commissari si focalizzano in particolare sull’esposizione «concentrata sul gruppo Siano», insistendo sulla necessità di «rivalutare il portafoglio crediti». Nel piano di dismissioni caldeggiato in seguito da palazzo Koch, nella lista figura anche «la controllata Commercio e Finanza».

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Insomma, alla luce di «perdite importanti», l’organo di vigilanza chiede di «rivalutare il portafoglio crediti». A fronte della «incertezza di tali operazioni», prosegue Di Salvo, Bankitalia scrive «una lettera per mettere un punto fermo. Nella banca c’erano poche attività concrete». Nell’ottobre del 2010, precisa il dirigente, Carife è «in un vicolo cieco. Non è più in grado di fare nuovi crediti. Serve un aumento di capitale». I pm Barbara Cavallo e Stefano Longhi chiedono conto delle due lettere nelle quali via Nazionale dà indicazioni sui paletti da rispettare, cioè almeno 150 milioni e indice di stabilità Tier 1 Ratio all’8% («Non prescrizioni, ma raccomandazioni» puntualizza Di Salvo). «I 150 milioni bastavano – osserva – ma, vista la situazione, era meglio alzare l’asticella». Nessun dubbio, poi sull’identikit degli investitori caldeggiati da palazzo Koch, i quali «dovevano avere le spalle larghe».

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Capaci cioè di «apprezzare il rischio e sostenere la Cassa nel tempo». Il teste si sofferma poi sulle discrepanze relative al piano industriale, del quale Bankitalia aveva ricevuto una copia più ‘completa’ rispetto a quella fornita al consiglio di amministrazione («Erano informazioni da dare anche al consiglio»). Passaggio rapido sui rapporti con Consob («Non abbiamo il compito di valutare il prospetto informativo» sull’operazione) per poi passare all’ispezione del 2012, arrivata in una congiuntura finanziaria complicata anche a livello internazionale. «Più di un terzo degli impieghi – conclude Di Salvo – aveva andamenti anomali. Il giudizio fu sfavorevole. Il peggiore possibile».

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