Forlì, 15 maggio 2019 - Le strade restano chiuse. Lughese compresa. Si riaprono le case, a Villafranca e San Martino in Villafranca, le due frazioni sfregiate dalla rotta violenta rotta degli argini del Montone, lunedì alle 17. Quando cioè il fiume che scende dall’Appennino e corre verso la riviera ravennate esonda con tutto il peso della sua portata e allaga in un paio di ore oltre 200 ettari di terra. Strade sommerse. Case trafitte dalla marea del fiume scomposto da 50 ore ininterrotte di pioggia. Cantine e pianiterra di decine di case vengono via inondati.

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L’acqua raggiunge in alcuni punti i settanta centimetri. Non c’è un piano di evacuazione. Non c’è un imminente pericolo di vita per la popolazione. Ma di fatto l’80% delle abitazioni diventa inagibile. Centinaia di persone nella notte abbandonano le mura domestiche. Emigrano da amici, parenti, vicini più fortunati o quelli che hanno posti in secondi o terzi piani. Le cantine diventano piscine. Migliaia di sacchi distribuiti dalle decine di donne e uomini della protezione civile si ammassano sulle porte delle case, nel tentativo di placare l’ira dei flutti. Ma in gran parte delle case, al pianoterra, la mobilia galleggia. In alcuni punti salta l’energia elettrica.

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L’esondazione non risparmia l’edificio della Papa Giovanni XXIII. La comunità terapeutica, a Villafranca, è stata addirittura ufficialmente evacuata. «Una quindicina di ospiti hanno trovato rifugio presso una casa scout più a monte. Tra essi anche una donna incinta al sesto mese» fa sapere una nota della comunità. «Mai visto una cosa del genere: la potenza dell’acqua è impressionante» spiega Giovanni Salina, responsabile della comunità che si occupa del recupero delle persone con dipendenze patologiche. Però il cielo si placa. Così la marea del Montone declina. L’acqua scende di livello. La piena è finita, ma l’emergenza resta. Tutto sommerso. Milionari i danni, anche ai campi coltivati. È presto per fare i conti. Ma saranno salati, i conti.

E sale nel contempo anche la rabbia dei residenti. Perché è vero che 50 ore di pioggia senza sosta sono un colpo al cuore, ma adesso nel mirino della popolazione delle due frazioni c’è quella falla – affiancata, nella notte, da un’altra – del sottopasso dell’A14 (video), sul fianco dell’argine del Montone. Stando ai primissimi sopralluoghi dei tecnici dell’autorità di bacino della Regione, quella spaccatura sarebbe l’epicentro dell’alluvione.

La bocca dello squarcio – sostengono le prime ipotesi degli esperti – sarebbe a sua volta lo sfogo di un canale sotterraneo che sarebbe stato creato durante un cantiere per alcuni lavori di sistemazione del basamento autostradale. «E se quel canale non fosse stato ripristinato in modo adeguato?» si chiedono diversi abitanti. E se lo chiede pure il sottosegretario alla Difesa, il forlivese leghista Jacopo Morrone. Che avanza poi le relative considerazioni sul fatto che «l’acqua possa aver trovato facile accesso attraverso il canale aperto sotto il ponte per facilitare i lavori di un cantiere stradale. Ora è il momento dell’aiuto agli abitanti, ma, in seguito, dovranno essere accertate le responsabilità e chi ha sbagliato dovrà pagare».

In mattinata, con la gente coi piedi sott’acqua e la disperazione nel cuore mentre tenta di rientrare nelle proprie case approfittando della tregua del cielo, l’assessora regionale alla protezione civile, Paola Gazzolo, assieme al sindaco Davide Drei, fa il tour delle due frazioni lacerati a bordo di un veicolo anfibio. Poi il Comune mette a disposizione gli spazi dell’ex istituto agrario.

ma. bur.