Forlì, 16 maggio 2018 – Il processo sul suicidio della liceale Rosita Raffoni entra nella fase finale. Mercoledì 16 maggio in aula ha parlato la pubblica accusa, rappresentata dal pubblico ministero Sara Posa, che ha chiesto le due condanne per i genitori della ragazza. Sei anni al padre Roberto Raffoni, che è accusato di maltrattamenti fino alla morte e di istigazione al suicidio, e due anni e mezzo alla madre Rosita Cenni, che è imputata solo per i maltrattamenti.

In aula, davanti al giudice Giovanni Trerè e ai giudici popolari previsti dalla Corte d’Assise, il pm ha riepilogato gli elementi su cui si è fondata l’accusa fin dall’inizio delle indagini, citando il video lasciato dalla stessa Rosita: la 16enne lo girò col telefonino sul tetto del liceo classico, pochi istanti prima di buttarsi e togliersi la vita. Il quelle immagini accusa i genitori di averla odiata aggiungendo che, per questo, il suo suicidio a loro non dispiacerà tanto. Dal disperato messaggio, mostrato per estratto in aula a porte chiuse, emerge disprezzo per i genitori e rimpianto per la vita interrotta. 

Rosita ribadisce che i genitori non l'hanno mai capita, conosciuta, né accettata per quello che era e che la sua ultima volontà è quella di lasciare un segno. Ma dice anche che le dispiace lasciare la vita, che avrebbe voluto fare tante cose, andare all'estero, avere un ragazzo, rendere felice qualcuno. E poi che non ce la fa più a continuare a vivere in quel modo, come 'segregata' dai genitori, come spiega parlando al suo telefonino. Dalla lettera, trovata sempre sul tetto, emerge anche la consapevolezza che dal suo atto per loro nasceranno problemi. Se da un lato di questo Rosita sembra quasi scusarsi, dall'altro, continua nel video, dovendosi difendere da una denuncia, forse potranno capire

Ora il processo di primo grado è alle battute finali. Martedì 22 maggio si tornerà in Assise per la replica affidata alla difesa, rappresentata dall’avvocato Marco Martines. Poi la sentenza, in data ancora da fissare.