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8 mag 2022

"Maternità e lavoro, c’è ancora molto da fare"

Maria Giorgini, segretario della Cgil, evidenzia i passi avanti ("buono da noi il tasso di occupazione femminile"), ma anche i problemi

sofia nardi
Cronaca

di Sofia Nardi

Tra le molte sfide della maternità c’è anche quella di conciliare il lavoro con la cura dei figli: un compito che, ad oggi, ricade ancora prevalentemente sulle donne. Se i dati forlivesi e regionali sull’occupazione femminile sono da un lato confortanti, infatti, da un altro evidenziano problematiche antiche che ancora faticano a essere superate: retribuzione inferiore rispetto ai colleghi uomini, part time involontari e maggiore difficoltà a conseguire l’assunzione.

Maria Giorgini, segretaria generale Cgil Forlì, qual è il quadro in cui si muovono le donne lavoratrici del territorio?

"Va detto innanzitutto che in Regione e, contestualmente, anche nel Forlivese, il tasso di occupazione è buono: siamo al 46,1% contro una media nazionale del 36,7%. Questo avviene a fronte di una buona politica partita già negli anni ’70, ai tempi della ‘battaglia per gli asili’, quando le proteste delle donne iniziate proprio da Forlì hanno permesso lo sviluppo progressivo di una rete pubblica di servizi qualificati per l’infanzia: in molti Comuni la copertura delle richieste arriva al 100%, con importanti agevolazioni economiche per chi ne ha bisogno. A contesto dato, dobbiamo ammettere che c’è ancora molto da fare".

Le donne sono ancora penalizzate sul lavoro?

"Il gap di genere è ancora presente: sussistono importanti difficoltà nella valorizzazione delle donne nel mercato del lavoro e nei percorsi di carriera. Dopo un significativo strappo in avanti tra il 2018 e il 2019, il 2020 ha segnato, invece, una diminuzione dell’occupazione femminile nella provincia di Forlì-Cesena, con 5.232 occupate in meno a differenza di quello maschile. Parliamo del -6,6%: un dato che nel 2021 non è stato del tutto recuperato assestandosi ad un -4.1% rispetto ai livelli pre pandemia".

Essere madre tuttora è un elemento di ulteriore difficoltà per le donne lavoratrici?

"Sì, per molte ragioni. Ancora oggi, purtroppo, ai colloqui di lavoro si chiede alle ragazze se intendono avere figli. È illegale, ma spesso in molte non lo sanno, o comunque non sanno come far valere la legge. Non solo: le donne hanno un reddito medio inferiore del 33% rispetto agli uomini: parliamo di 15.300 euro contro 23.200. Per questa ragione sono quasi sempre le donne a rinunciare alla loro professione se c’è necessità che qualcuno resti a casa ad accudire i figli. L’abbiamo visto in maniera particolarmente evidente durante la pandemia".

Anche i tempi del lavoro non aiutano.

"No, infatti. In molti settori i tempi del lavoro non si conciliano con la vita familiare. Il part time, però, non è sempre una soluzione: vediamo, infatti, che un terzo delle lavoratrici ha il part time, ma nel 56% dei casi non è voluto da loro, ma è stato imposto".

Quali sono le possibili soluzioni?

"Serve un ulteriore potenziamento della rete pubblica dei servizi. Soprattutto, però, bisogna lavorare per agevolare la genitorialità come responsabilità condivisa da entrambi i genitori. Negli ultimi anni sono stati diversi gli interventi normativi in questo senso, tra i quali il riconoscimento di 10 giorni di congedo obbligatorio retribuito per il neo padre. Bisogna, però, andare ancora avanti. Deve culturalmente passare il concetto della condivisione del lavoro di cura tra donne e uomini e servono strumenti di conciliazione paritetici per le donne e per gli uomini, perché i figli si fanno in due ed entrambi i genitori ne hanno la responsabilità".

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